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mercoledì 27 agosto 2008

In diretta dal mio castello al mare



Benché solo per il 46° consecutivo, neanche quest’anno ho potuto visitare la Costa Smeralda. Ma poiché posseggo un castello, da quello vi comunico le mie impressioni balneari.
Bene, si sa che in estate la Sardegna subisce delle irresistibili invasioni: dal mare e dal cielo; irresistibili perché pacifiche.
Negli ultimi 3mila anni abbiamo subito parecchie invasioni con contorno di guerre, sfruttamenti ed umiliazioni varie. Ecco perché il sardo tende ad essere diffidente verso il “kontinentale.” Ma di fronte a chi ci visita con canotto e secchielli e non con spade e fucili, tanto di cappello.
Purtroppo, spesso molti miei conterranei sono così gentili verso i non sardi da risultare quasi servili. Sì, quell’assurda mania di magnificare ed insistere su: bellezze del nostro mare, bontà di nostri vini, formaggi, arrosti ecc., quell’assillare con continui inviti a casa propria, quella maggiordomesca propensione ad offrirsi come guide marine e/o montane… Disgustoso!
Ma c’è anche il classico rovescio della medaglia: il sardo-cinghiale che non parla, grugnisce; is sardus (i sardi) che non sorridono, fanno ghigni da becchini. Il sardo che vorrebbe scaraventare in mare tottus is kontinentalis, socievole quanto un latitante.
Così, mentre dagli spalti del mio castello osservo la fauna balneare, arrivo alla conclusione che siamo esagerati in tutto, nella gentilezza come nella riservatezza; o sdolcinati come gli hawaiani di qualche film con Elvis Presley, o scontrosi come una congrega di vecchi eremiti.
Comunque, mentre l’estate sarda va mi piace molto “spiare” le varie parlate regionali. Vediamo… avevo sempre trovato aspro il suono del toscano ma ora (sarà che perché ho visto per il 2° anno consecutivo una coppia d’amici) lo trovo piuttosto armonioso, “c” aspirate comprese. Inoltre, l’ex-compagna (originaria di Lucca) del mio amico Carlo ha una musicalità vocale forse superiore a quella di altre parlate toscane.
Trovo ancora simpatico e rilassante l’emiliano che inoltre, a parte questo, mi pare stia prendendo qualcosa del lombardo.
Il veneto mi colpisce per toni che ricordano lo spagnolo e per la velocità… 200 parole al secondo, un vero record olimpico.
Per oggi è quasi tutto, qui, dal mio castello.
Alla prossima puntata, amigus.

mercoledì 20 agosto 2008

S.o.s.: neve su tutta la Sardegna!



Una decina di giorni fa il mio amico Lello Sanna, direttore della rivista letteraria “Prospettive di Nevskij” dissertava sul finale dei “Morti” (The Dead) di Joyce. Devoto, Lello diceva: “Pensa che finale struggente… Nevicava su tutta l'Irlanda, su tutti i vivi e su tutti i morti.
Osservai che era un finale tristissimo ma Lello si offese… forse anche da parte di Joyce.
Comunque, il giorno dopo squillò il mio cell.; era Lello che felicissimo, urlava: “Hai visto?! Hai visto?! Guarda fuori dalla finestra!”
Gli spiegai che non potevo poiché avevo dormito in cantina, ma che sarei sceso in strada a vedere che diav… e lui: “La neve! Ric, c’è la neve! La neve a Cagliari, come nel racconto di Joyce!”
Osservai che Kalaris non si trovava in Irlanda ma lui respinse (con una risata ululante) questo mio distinguo geografico.
Cercai di uscire dalla cantina ma non ci riuscii: la neve aveva bloccato la porta.
Chiamai mia moglie che con la consueta efficienza mi informò che a) da noi questa era la 1/a grande nevicata dal '56; b) avevo fatto bene a trascorrere la notte in cantina, purchè però avessi messo un po’ d’ordine “in quella jungla di libri, armoniche e palloni.”
Poi il cell. si è spento per sempre; ora io e la mia signora comunichiamo via mail.
Fa freddo, fa molto freddo. Del resto, chi ha mai visto la neve a Cagliari ed in estate? Ho freddo!
I soccorsi, le strade ecc., tutto bloccato; Nessuno può uscire di casa né andare al lavoro; porti, aeroporti e ferrovie: tutto chiuso.
In pochi giorni la temperatura è scesa di 30 gradi.
Dei coraggiosi, o per meglio dire, teppisti, hanno assaltato negozi e supermarket. Le autorità hanno proclamato il coprifuoco e la legge marziale.
In rete si continua a parlare della Sardegna come del regno del sole e del mare.
Le autorità, certo col lodevole proposito di non intristire l’opinione pubblica (è noto quanto siano amati sardi e non settentrionali in genere) sulla nostra sorte stendono un velo pietoso.
Inoltre, si vuole evitare l’imbarazzo di fornire spiegazioni su questo probabile inizio di glaciazione.
Ma io ho freddo, ho tanto freddo!
Vi prego, aiutatemi!
Salvatemi!

domenica 17 agosto 2008

John Lennon e Yoko Ono contro il bagismo (parte prima)



Negli anni ’70 John Lennon e Yoko Ono parlavano di bagism da bag, borsa; potremmo quindi tradurre questo termine con “borsismo.” Ma spieghiamo meglio il significato di bagism.
Come una volta dichiarò lo stesso Lennon, ognuno di noi vive in una bag: chi nella borsa del poeta, chi in quella del rocker, del pittore, dell’attore ecc. In tal modo si rinchiude in un suo, personale e non necessario ghetto.
Ora, non è mai necessario nessun tipo di ghetto, ma lo è ancora meno quello (“specialistico”) in cui si rinchiude un artista che quasi per definizione dovrebbe sottrarsi a qualsiasi limitazione, censura o autocensura.
John Lennon e Yoko Ono hanno rappresentato senz’altro questa tendenza “anti-bagista”: da non confondersi però col tabagismo, l’intossicazione (cronica?) da tabacco. Ah ah ah!
Ma come mi dicono spesso i miei figli: “Smettila di scherzare sempre, papà!” Ok, tigrotti…
Ora, per non allargare troppo il discorso, qui voglio evitare di trattare il tema del bagismo morale, culturale, religioso ecc.; voglio parlare solo di bagismo/antibagismo artistico, benché anche quest’ultimo possa avere delle implicazioni morali, culturali, religiose e naturalmente, eccetera.
Bene, nel 1969 sir Lennon e la signora Ono-Lennon misero insieme, letteralmente dalla sera alla mattina un gruppo che avrebbe dovuto suonare a Toronto, in Canada per un “rock ‘n roll revival”. Sarebbero state presenti anche vecchie e nuove glorie come Jerry Lee Lewis, detto the killer, Chuck Berry, i Doors e tanti altri.
Nel gruppo capitanato dai Lennon c’era gente come Eric “slowhand” (mano lenta) Clapton e Klaus Voorman, che prima di diventare bassista faceva l’illustratore di copertine di dischi, laggiù ad Amburgo. Lennon, la Ono e gli altri non avevano mai suonato tutti insieme; fecero le prove in aereo. Fu un successo.
Conclusero il loro concerto con un brano di Yoko, Don’t worry Kyoko e verso la fine del pezzo John disse alla band di puntare le chitarre verso gli amplificatori e “lasciarli stridere.” Niente “inchini alla Beatles”, insomma.

lunedì 11 agosto 2008

“Il labirinto del fauno”



Il film Il labirinto del fauno (2006) del regista messicano Guillermo Del Toro è ambientato in Spagna nel 1944, 5 anni dopo la vittoria di Franco nella guerra civile. Nel viaggio che porterà la ragazzina Ofelia insieme alla madre Carmen dal patrigno Vidal, appunto Ofelia ritrova un sasso che da lei ricollocato nella stele dedicata ad un fauno, la pone in comunicazione con un mondo magico.
Ma ecco il mondo di Ofelia: l’uomo col quale la madre (in attesa di un figlio) si è risposata è un ufficiale franchista. Vidal, che di… vitale ha ben poco, è indifferente alla difficile gravidanza della moglie; per lui conta solo che il parto si concluda con la nascita di un figlio… maschio. Il resto, sentenzia, è una “sciocchezza”; così accoglie tranquillo la morte della moglie poiché il maschio arriva. Egli uccide brutalmente dei semplici sospetti, tortura con gusto, dà sontuosi ricevimenti a cui partecipano i maggiorenti del paese, tuona contro l’idea di uguaglianza.
Durante uno di quei ricevimenti un sacerdote giustifica ogni atrocità commessa sui repubblicani dicendo che Dio ha “pensato alle loro anime”; la sorte dei loro corpi è irrilevante.
Il film è molto bello sia nel narrare la fase storica e reale, quella cioè della disperata resistenza degli ultimi repubblicani ai fascisti spagnoli, sia in quella fantastica che vede Ofelia impegnata in varie prove magiche, indicatele dal fauno. Fotografia e scenografia (infatti premiate con l’Oscar, insieme al trucco) ci presentano due mondi estremamente reali, la finzione cinematografica sembra ben poco “finta.”
Le stesse sembianze fisiche del fauno, figura poi positiva, sono inquietanti. E’ come se il mondo reale, col suo male ed il suo dolore influenzasse quello fantastico trasmettendo quindi ad una realtà a cui Ofelia (che ignora d’essere Moana, figlia del re del mondo sotterraneo, cui dovrà tornare) simile male e dolore. La luce del film, quasi fisica, è anche cupa: ricorda certe atmosfere di El Greco, suggestioni di Toledo…
Il film contiene vari ed incrociati riferimenti mitologici, religiosi e simbolici. Il nome Ofelia evoca il personaggio dell’Amleto; le fate appartengono al mondo delle fiabe ed a quello di tante culture e religioni antiche; il fauno sta a metà tra l’umano, l’animalesco ed il fantastico; Vidal è vitale nel negare la vita; ancora, Ofelia-Moana ricorda il mito greco di Demetra e Persefone, ecc.
Può sembrare un limite del film il fatto che il mondo reale e quello fantastico non si compenetrino e che talvolta sembri di seguire 2 film differenti; nel senso che il mondo fantastico sembra subire il male di quello reale, ma tra i due non c’è vera fusione.
Però Il labirinto ha i suoi punti di forza più nei singoli elementi che lo compongono che nel suo insieme; certo, spesso un’opera d’arte vive di quelli, poiché non è tenuta ad essere ben collegata attraverso parti e nessi che facciano capo ad una sorta di architettura o di progetto.

martedì 5 agosto 2008

Michelle Shocked, una donna per niente shockata



In realtà Michelle Shocked si chiama Karen Michelle Johnston. Il suo è 1 nome d’arte e deriva dall’espressione shell shocked, usata per i reduci che soffrono di sindrome da stress post-bellico. Ma io penso che quel nome contenga anche 1 riferimento autobiografico: all’età di 22 anni, la madre la fece internare in manicomio. Non conosco i motivi ma posso immaginarli… Michelle era una bella ragazza e taglio alla mohicana, piercing, amore per il rock ed altre “passioncelle”, politica inclusa, non dovevano accordarsi troppo con la morale dell’austera signora.
Comunque, tutta la vita della brava Michelle si identifica con quelli che possono sembrare gli stereotipi d’arte e rock: laceranti incomprensioni in famiglia, anticonformismo, grane con la polizia, amori distrutti, costruzioni di mondi e parole attraverso la fantasia… lei ha una laurea in letteratura… e viaggi. La signora ha girato gli USA, l’Europa, forse anche il Messico ecc.
In lei è notevole la capacità di padroneggiare vari stili musicali: un lp come Captain Swing fonde armoniosamente rock, blues, rockabilly, jazz, country ed appunto swing, il tutto reinterpretato secondo propri gusti ed esigenze. Michelle, per es., non ama il jazz + sperimentale e “colto”… stile Coltrane, Mingus, Davis ecc.; preferisce il Dixieland. Meno male: quando dicevo io cose del genere, passavo per 1 buzzurro! Ora sono 1 buzzurro in buona compagnia.
Talvolta le storie della Shocked sono autobiografiche, penso a Memories of East Texas: infatti benché lei sia nata a Dallas, che si trova nel nordest dello Stato, molti suoi ricordi (memories) sono legati al Texas orientale.
Memories, contenuta in Short sharp Shocked (precedente a Captain Swing) inizia rievocando le “rotolanti colline di verdi pini/ in primavera ricoperte di narcisi selvatici” ed è una sorta di elegia texana. Il Texas appare e scompare attraverso tanti luoghi cui Michelle accenna in modo pieno d’affetto ed anche di malinconia. Ma vi è anche della rabbia, come quando, riferendosi forse ad una certa ristrettezza mentale di alcune persone, dice: “Guardo indietro e chiedo a me stessa/ perché diavolo hai permesso che distruggessero il tuo spirito?/ Sai, le loro vite correvano in circoli così piccoli.”
Ma le storie cantate dalla Shocked partono dalla sua vita per poi prendere anche altre strade: molte sono romanzate. Del resto, lei ha sempre dichiarato il suo amore per la letteratura.
Nello stesso tempo, Michelle è un’artista che sa mantenere un certo equilibrio tra realtà ed invenzione: sotto questa luce inquadrerei la dichiarazione, che può aver irritato i fans di Dylan, secondo la quale non apprezzerebbe molto l’arte di quest’ultimo perché fa “troppe canzoni non sense.” In seguito lei ha spiegato chiaramente che con questo non intendeva certo denigrare Dylan. Del resto io, da fan di Dylan, devo riconoscere che spesso i versi dell’uomo di Duluth richiedono un arduo lavoro interpretativo.
Concludo ricordando una bella immagine usata da Michelle in If love was a train, contenuto in Short sharp Shocked: “Se l’amore fosse un treno mi butterei sui binari.”