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lunedì 30 giugno 2008

Spazio ai Lettori - n° 4 del 2008


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.


Grazie a tutti Voi.

venerdì 13 giugno 2008
Quando finiva la scuola

Anonimo ha detto...
... Si può stare in una stanza ....si può stare in una spiaggia ..si può stare in un prato ma se nn si libera la fantasia e si sogna la vita diventa troppo brutta. Per esempio davanti a tante tragiche circostanze della vita se non sogni finisce che cadi in un baratro e non ne esci più….

Melania ha detto...
.... La fine delle scuole significava "mare", giochi, scherzi, gavettoni, nuove simpatie o “amori”.
Vedendo l'esperienza di mie figlie trovo notevoli differenze. Sentono molto meno la fine delle scuole e l'inizio delle vacanze. Non so bene il motivo ma è così. Hanno di più e si divertono di meno.

BrokingToKnow ha detto...
... Or dunque quando avete incontrato persone di cultura le avete definite tali quantisticamente in base a quanto 'sapevano' o gli avete radiografato l'animo per valutarne l'accrescimento in funzione del loro sapere?. Il nozionismo è stupido ma può essere utile. La cultura può essere limitativa, pericolosa, manipolatoria e creare divisioni se priva di saggezza. Ma per essere saggi occorre essere colti?...

Lucignolo ha detto...
... Non so radiografare le persone anche se a volte sarebbe utile riuscire a vedere in profondità come sono realmente...sarebbe tutto più semplice anche se francamente un po' monotono...

Paola R. ha detto...
... La lingua italiana è spesso affascinante in quanto ridondante di sinonimi ma in molti casi è limitativa in quanto ridondante di significati per singoli lemmi e l'etimologia aiuta molto ma può anche lasciar perplessi...

Michele S. ha detto...
….. intellettuali e opinionisti commettono due violazioni concettuali simmetriche e analoghe: da un lato gli uni si chiamano sempre “fuori”, gli altri sono già da sempre acriticamente “dentro”…

Fosco T. ha detto...
… Conosciamo il significato umanistico di cultura ma è innegabile che il termine 'colto' viene ormai utilizzato genericamente per definire 'persona dotta' e questo spoglia il termine proprio del suo valore umanistico che restringerebbe di gran lunga la cerchia delle persone 'Umanisticamente colte'…

martedì 25 settembre 2007

Nicola Menicacci ha detto...
... Tralasciare il Dylan ebreo significa sostanzialmente ignorare Dylan. Dylan non avrebbe potuto essere ciò che è se non fosse cresciuto all'ombra di quella cultura. Sarebbe qualcosa di diverso. E basta."Blood on the Tracks" è per tanti aspetti il capolavoro assoluto di Dylan. A mio avviso lo sarebbe stato ancora di più se alcuni brani, fra i quali la stessa "Tangled Up in Blue", non fossero stati ri-registrati a Minneapolis.Ma sono gusti.


rudy m.leonelli ha detto...
... E, a proposito di giovani: di Gramsci mi colpisce anche il fatto che, con la sua intelligenza versatile ed il suo sensibile interesse per "gli uomini viventi", abbia scritto, oltre a importanti lavori teorici, favole per bambini. Una materia che ha interessato altre grandi figure "anomale" come Oscar Wilde o Walter Benjamin...

giovedì 26 giugno 2008

Davvero un bel colpo dei Rolling Stones


In “A bigger bang” dei R. Stones troviamo dell’ottimo rock: rock in perfetto stile Stones, hermanos y hermanas. Perché, miei cari fratelli e care sorelle in Chuck Berry, in “Bigger” ritroviamo molto dello spirito e della lettera dei Rolling di “Exile on main street”. Di che cosa parla, il vostro scribacchino preferito? E’ presto detto.
Le chitarre. O meglio, la chitarra: quella di Keith Richards; la sua e quella di Ron Wood. Il riff aggressivo, sfrontato, martellante e che martella un ritmo che si pianta nel cervello, tanto da dire ai piedi: ballate, razza di delinquenti!
Come dice Springsteen in Jungleland, i ragazzi infiammano le chitarre like switch-blades, come coltelli a serramanico. Ascoltate solo i primi 2 brani di “Bigger””, Rough justice e Let me down slow poi ditemi se vi è rimasto un cm di pelle!
Il riff di quei pezzi, ma anche quello di Oh not you again è veloce ma preciso, duro ma non chiassoso; insomma, perfetto. Il basso di Darryl Jones non è 1 basso bum-bum ma un bel basso…
La batteria di Charlie Watts è puntuale e rocciosa come sempre: ascoltatela non solo nei rock del disco ma anche nella ballata-blues di Laugh in early died. Se uno ha suonato, magari solo a livello amatoriale (come ho fatto io) sa quanto sia importante un batterista che ti copra le spalle.
Paludi, ansie e sofferenza del blues strisciano fuori come un’anima dannata o come uno zombie in Back of my hand, quasi un omaggio a Muddy Waters. In Back la voce e l’armonica di Jagger sono taglienti ed espressive quanto quelle del maestro; molto buona la sua armonica anche in Infamy.
Del resto, in tutto “Bigger” appunto la voce di Jagger è forte, sicura ed essenziale: evita sia inutili ammiccamenti che urla sguaiate. E’ una voce che canta il rock, non fa spettacolo; ma se è uno spettacolo, lo è come la tragedia greca. Poi, il gran “lento“ Streets of love parla di tears, le lacrime di cui sono piene appunto le strade dell’amore, però senza sdolcinature.
Nel disco abbiamo anche un brano contro la guerra in Iraq, Sweet neocon e due prove alla voce di Richards, This place is empty e la già citata Infamy. La sua voce da crooner (cantante confidenziale) è calda e sincera. Sia in This place che in Back of my hand Jagger suona la slide guitar, in modo direi apprezzabile.
Rain fall down, pezzo funky, ricorda un po’ l’Harlem shuffle di Dirty works; sarà che a me il genere non piace molto, ma penso che Rain non sia il momento migliore del disco.
A parte questo, per me “A bigger bang” è uno dei migliori dischi degli ultimi 10 anni e vi conviene, ascoltarlo. Questa è un’offerta che non si può rifiutare…

lunedì 23 giugno 2008

Dalla penna al mouse e viceversa. 10000 visitatori, baby!



Quando circa 1 anno fa LF, con le sue doti simpaticamente telepatiche mi propose un blog, accettai con entusiasmo; è la storia della mia vita, quella. Voglio dire, entusiasmarmi per cose che desidero ma che non capisco.
Come i miei lettori sapranno, non sono una persona molto razionale. Non so perché sia così ma so che lo è. Molti penseranno che potrei fare la fortuna di folle intere di psichiatri ed anche di qualche esorcista. Nessun problema. Ma ho notato che talvolta (non so quanto certe fossero reali e sane provocazioni) ho ricevuto dei commenti che prescindevano dalla dimensione umoristica o almeno problematica e paradossale di certi post. Però il mondo è bello perché vario perciò o-k-a-y.
10mila visitatori sono tanti, in un annetto: quantomeno, se pensiamo che a volte ho trattato (in modo anche tecnico) argomenti filosofici e letterari; la pancetta, non intendo la mia bensì quella che cerchiamo in salumeria è certo più… appetibile. Eppure, neanche questo ha scoraggiato visitatori e commentatori.
Dalle statistiche avrei potuto vedere lo share dei post; l’ho fatto, cercando però di scordarlo subito: non volevo allora né ora capire che cosa potesse piacere… non intendevo né intendo mettermi a scrivere seguendo uno schema, quindi con la stessa spontaneità di un martello pneumatico.
Tuttavia, sinora nel blog pur non limitando la follia, ho evitato di dilungarmi su temi di cui mi occupo come “scrittore” o comunque come persona avente le sue “fissazioni”: non ho mai scritto post al 100% su Lennon, J.L.Hooker, “Solaris”, sia il romanzo di Lem che il film di Tarkovskij, la complessa e travagliata figura di Walter Benjamin, Springsteen, Socrate, il XII sec., John Fante, Luigi Santucci, Keith Richards, il calcio, Dostoevskij, Joyce, Flann O’ Brien, l’”Amadeus” di Forman, il “Dracula” di Coppola ecc.
Nei post accenno spesso a quei temi ma se mi ci dedicassi in modo sistematico, non scriverei più di nient’altro. Mi ci (dedicherò), sperando d’evitare quel pericolo, più avanti.
Il blog riceve più visite da Milano che da Cagliari; Milàn l’è un gran Milàn. Ma ho una spiegazione: kalaritani e kalaritanae sono troppo impegnati con bottiglie e coltelli; ogni tanto lasciateli stare, i coltelli e passate al mouse. Molte visite anche dalla capitale: Roma continua così a meritare l’appellativo di caput mundi. Frequenti visite anche da tante altre città della penisola: consentitemi di citare almeno Napule, Napoli; i miei bisnonni paterni erano campani e poi, che Italia (e che arte) sarebbe, senza Napoli?
Paesi esteri… primeggiano gli USA: che sia Little Steven, il calabrese di Boston, quello che si collega di più? Presenti anche G.B., Deutschland (Germania) poi India, Brasile, Francia, Israele, Romania, Marocco, Russia… troppo buoni, davvero.
Però neanch’io devo essere un vecchio rottame, penna e mouse alla mano, vero?
Comunque, grazie, thank you, danke schoen, merci, gracias, qoaqiba (spassiba)!
Dulcis in fundo, grazie anche a Silvana, mia moglie, la donna che eroicamente mi sopporta…

mercoledì 18 giugno 2008

Una prof sarda tra i terroristi



Il romanzo di Pietro Picciau “La recluta di Aden”, Davide Zedda Editore, rientra certo nel genere della spy-story; eppure, l’approccio dell’A. a tale genere è particolare. La “Recluta” ha due protagonisti principali: Bartolomeo Marreri, detto Bart e Sonia Frau, ricercatrice di storia medievale presso l’università di Cagliari.
Inizialmente pare che la Frau sia stata sequestrata ed arruolata da terroristi palestinesi. La simpatia (sul piano storico ed intellettuale) dimostrata dalla prof per la causa palestinese, rinforza nel lettore tale convinzione.
Marreri è un agente segreto… sovrappeso; non guida fuoriserie; alla guida, bloccato nel traffico “turistico” che ogni estate intasa le strade della Sardegna, suda ed impreca come chiunque; ha chiuso con la moglie e deve combattere con la figlia teenager; non ha mai storie di sesso facile nè gioca d’azzardo… E’ lontanissimo da James Bond o dall’eroe di “Mission impossible”. Ma è freddo, efficiente e quando serve, durissimo.
Forzando un po’ la lingua sarda, potremmo rendere Marreri con “zappatore” (dal verbo “marrai”, zappare); del resto, chi zappa scava ed un agente segreto, con la sua attività investigativa, cerca d’andare al fondo di cose che l’opinione pubblica non conosce. Bè, nomen est omen, il nome è un destino. Comunque, a Marreri i superiori affidano il compito di ritrovare Sonia, che a quel punto potrebbe esser già morta o diventata una terrorista.
Altro pregio del libro, oltre a quello d’allontanarsi dal “topos” del perfetto 007, è dato dal non indulgere l’A. sulla bellezza della Frau. All’inizio della "Recluta” Picciau parla di “un’espressione che le illuminò gli occhi verdi e profondi” (p.12); trovo questo veloce cenno perfetto, nella sua immediatezza. Poi l’A. passa ad altro.
Penso che nella rappresentazione del dramma israelo-palestinese il linguaggio de “La recluta” sia volutamente secco, essenziale. Il libro, che come ha detto il da tanti anni critico cinematografico del quotidiano “L’Unione Sarda” Sergio Naitza (e collega dell’A.) ha tempi filmici. Inoltre, nella "Recluta” la violenza compare senza inutili compiacimenti. Allo stesso attentato che nelle intenzioni dei terroristi dovrebbe colpire i leaders di Usa, Russia e Gran Bretagna, sì da “far esplodere il Medio Oriente”, sono riservati solo i cenni tecnico-militari di base.
Nel romanzo troviamo anche qualche momento quasi comico… nel corso di una attacco sferrato da vari Paesi ad una base di terroristi, un parà americano “fece un po’ di chiasso: infilò il piede destro e il recipiente andò a sbattere contro la portiera di un’auto parcheggiata a meno di un metro” (pp.210-211). L’episodio mi ha ricordato certi film western di Sergio Leone, nei quali la violenza si mescola a fatti ed inconvenienti spesso esilaranti.
Tuttavia, nel romanzo non mancano raids israeliani, attentati kamikaze, sparatorie, demolizione di case palestinesi… Così il quadro dipinto dall’A. è senz’altro tragico, ma fa parte di un bel romanzo… di cui non voglio anticipare altro, per non rovinare a nessuno la lettura.


domenica 15 giugno 2008

Spazio ai Lettori - n° 3 del 2008




Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.

venerdì 13 giugno 2008
Quando finiva la scuola

Miriam ha detto...
"Ai miei tempi"....si sognava moltissimo, io mi sono salvata anche grazie ai sogni, chissà se oggi i nuovi scolari sognano ancora! Ma penso di si, i sogni rendono la vita più dolce, o no?

Lucignolo ha detto...
Non sempre la cultura eleva le persone, alle volte le limita e le chiude in preconcetti e le rende un po' dinosauri!

sabato 7 giugno 2008
Torna a casa, Tendy!

Melania ha detto...
A volte anche dalle cose meno piacevoli, come appunto il tuo spiacevole incidente, si riesce a trarre qualcosa di positivo.

mercoledì 4 giugno 2008
Sulle “Lettere dal carcere” di Gramsci

davide zedda ha detto...
… le lettere sono molto belle perchè fortemente sofferte e non hanno permesso a Gramsci di nascondere il proprio sentimento dietro le pesanti e difficili parole della politica e della filosofia politica del tempo.

sabato 31 maggio 2008
Islamic rap?

bakunin1269 ha detto...
Certo che molti, seduti nelle loro poltrone Italiane, non hanno una esatta percezione di come si vive, per esempio in Marocco. La cura migliore per guarire dall'equazione Islam = terrorismo = donne segregate, è farsi un viaggetto in Marocco, piuttosto che in Iran, o in Malaysia.

Maviserra ha detto...
.. è sicuramente anche attraverso la musica, la letteratura, l'arte che si può entrare in contatto con l'altro in modo più diretto, sono linguaggi universali che ci accomunano, un po' come parlare la stessa lingua.

lunedì 28 aprile 2008
Un Dylan che fantasmeggia in blues

Gianni Zanata ha detto...
… ciò che è inusuale è commentare un videoclip di Bob Dylan, tradizionalmente restio a farsi promozione in tv. Credo che – clip a parte – l’unica volta che Dylan è apparso sui teleschermi con l’intenzione di pubblicizzare l’uscita di un album sia stato nel 1984, al Letterman Show. Era appena uscito “Infidels” e lui si presentò davanti a milioni di americani facendosi accompagnare dai Plugz, un trio post-punk-rock della scena musicale di Los Angeles.

venerdì 13 giugno 2008

Quando finiva la scuola

Ero felice, quando finiva la scuola. Per un po’ niente più compagni ignoranti e snob: due caratteristiche, l’ignoranza e lo snobismo, che nel 100% degli snob che ammorbavano la mia classe, ho sempre trovato abbinate.
I professori o come diranno decenni dopo i ragazzi dei miei corsi (perché in effetti lo sono diventato anch’io) i proffe mi stavano anche bene; prof.ssa di storia dell’arte a parte, col suo ridicol-odioso autoritarismo. I suoi colleghi magari ti stangavano alla grande, ma almeno non ti facevano sentire un deficiente.
Comunque, ogni anno dovevo “portare” a settembre latino, greco e matematica, perciò giugno era il mio mese preferito: ai primi di luglio dovevo riprendere a studiare…
Dopo cena io y los amigos scendevamo giù in strada e la palla correva & correva.
Comunque, quando ora guardo i ragazzi e le ragazze, non li invidio: essere adolescenti (o anche avere 20 anni) non è poi quel gran sogno. Sto molto meglio adesso, a quasi 46.
Ho la mia rotta e di me non si è rotto molto, da allora.
Certo, ho meno illusioni… ma ho ancora tantissimi sogni.
Lascio che il sole mi scaldi la pelle, mi intrufolo ancora nei mulinelli di polvere e vento, continuo a macinare km in corse e passeggiate pensando a tutto ed a niente, scrivo e leggo forse con maggiore avidità.
Anche quella è scuola, ma disapprovo chi disprezza l’istruzione: ho imparato molto anche da materie che ho odiato.
Guardo la strada che va chissà dove e la seguo… se mi va.
Ci sono stati momenti stupendi, altri pessimi, ma come si dice nel gergo della boxe, sono ancora integro.

sabato 7 giugno 2008

Torna a casa, Tendy!

Non ho un gatto né un cane. Ho solo 4 pappagalli e 3 tartarughe, peraltro molto piccole; nessuno di questi animaletti si chiama Tendy. Non si chiama così mia moglie e neanche i miei figli.
Tendy è il tendine dell’anulare della mia mano sinistra, che si è rotto o stirato, lacerato o contuso (non so quale sia il termine giusto) mentre giocavo a calcio con mio figlio Andrea.
Ecco come è avvenuto “el drama.”
Mentre mi inarcavo, autentico Tartan dei campi di calcio per scacciare un pallone piuttosto insidioso, anziché dare alla palla il tipico schiaffetto nel quale i portieri sono maestri, ho colpito la palla con le dita a mo’ di mentecatto. L’anulare si è contorto come il dito di una strega.
Una volta ho letto che nel Medioevo si pensava che dall’anulare della mano sinistra partisse una vena che raggiungeva il cuore; ecco perché prevalse l’usanza (ancora in auge) di mettere appunto all’anulare l’anello nuziale, o “fede.”
Comunque, mia sorella Miriam mi ha accompagnato al pronto soccorso. Gracias!
Al pronto (soccorso) sono stato visitato abbastanza in fretta perfino per gli standard di Cagliari… cioè solo dopo 2 ore e mezzo. Thanks, nel senso di grazie e non dei carrarmati, anche al personale ospedaliero.
Con mio cognato Antonio ho ingannato l’attesa parlando di letteratura; danke anche a lui.
Una volta, sul bus, da un tale che accompagnò al “pronto” lo zio sentii raccontare d’aver egli in quell’occasione goduto di un simpatico intermezzo… involontariamente umoristico, quando un ragazzo spiegò a tutti gli altri lesionati, fratturati e lacerocontusi come si fosse rotto la mano.
“Stavo giocando con mio padre… mio padre, capito? Allora… ho dato un pugno al muro. E mi sono rotto la mano!”
Poi pare che il ragazzo abbia così rincarato la dose: “Volete saperlo, lo volete sapere come me la sono rotta, l’altra volta? Ce li avete presenti i cartelli stradali, quelli che ci sono sulla strada? Ho dato un pugno anche a uno di quelli!”
Io non ho goduto di tale intermezzo però in compenso mi è stato detto che avrei dovuto tenere una stecca per 40 giorni, “salvo complicazioni.”
Allora ho pensato: torna a casa, Tendy!

mercoledì 4 giugno 2008

Sulle “Lettere dal carcere” di Gramsci



Sempre grazie a Davide Zedda Editore ho potuto curare l’ed. di un’altra, grandissima opera. Dopo Clelia ed il Poema autobiografico di Garibaldi, mi è stato chiesto di lavorare alle Lettere dal carcere di A. Gramsci (appendice di Stefania Calledda). Poiché le Lettere sono uno straordinario documento umano ed intellettuale, ho considerato l’incarico assegnatomi un vero onore.
Ho diviso la mia introduzione in tre parti: nella 1/a ho cercato di evidenziare come Gramsci, a detta di Guido Liguori “oggi uno degli autori italiani più conosciuti nel mondo”, sia da noi (come dico io) celebrato e rimosso. Formalmente, si tributano a Gramsci grandi onori; ma poi si confinano i suoi concetti più interessanti, molti dei quali ancora attuali, in ambito puramente teorico: quel che egli non si era mai proposto.
Nella 2/a parte ho esaminato la vicenda del processo, che come scrisse Gramsci alla cognata Tatiana (Tania) “era politico, ossia, come disse il procuratore militare e come ripete la sentenza, noi fummo condannati per “mero pericolo”, perché avremmo potuto commettere tutti i reati contemplati nel codice: che li avessimo commessi o no era cosa secondaria.” Oltre poi alla dimensione dell’ingiustizia esisteva anche quella del paradosso, poiché Gramsci ed i suoi compagni furono condannati per cose che quando furono commesse non costituivano “reato” o per le quali (vedi gli scioperi di Modena del 1913) furono a suo tempo elogiati … da Mussolini, che all’epoca era ancora socialista e direttore de L’Avanti!
Nella 3/a parte esamino l’affascinante, anche complesso insieme di temi che Gramsci sviluppa nelle Lettere. Da queste emerge il ritratto di un uomo in cui lato morale, intellettuale e politico si fondono armoniosamente. Un esempio tra tanti: il Gramsci che riflette su genesi, riti e gerarchia della malavita ha un approccio a questi problemi che rivela l’interesse “professionale” del pensatore e del rivoluzionario, insieme ad un certo stupore, ad una forte curiosità tipiche dell’uomo comune.
Il Gramsci marito era profondamente legato alla moglie, l’ebrea russa Julca (Giulia) Schucht da una passione in cui sentimento amoroso e comune fede politica si compenetravano. Il Gramsci padre, minato ormai da mali fisici e nervosi devastanti, sapeva ancora riservare ai figli parole di grande tenerezza, peraltro non prive di un certo umorismo: come quando al figlio Delio parla dell’”elefante” che se fosse nato con le ruote, sarebbe un “tranvai naturale!”
Credo che l’ideale testamento dell’uomo si trovi nelle parole con cui si rivolge appunto a Delio dicendo: “Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi, e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra lor stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa.”
Ancora oggi dalle Lettere, la cui lettura consiglio a tutti (non solo ai giovani, come si dice di solito) ricaviamo uno straordinario arricchimento sul piano umano, morale ed intellettuale.