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mercoledì 30 gennaio 2008

Gli Abati di Laura Mancinelli (parte prima)

Penso che il romanzo della Mancinelli I dodici abati di Challant si presti a letture storiche, teologico-filosofiche e naturalmente anche letterarie. Inoltre è raro imbattersi in romanzi d’ambientazione medievale che trattino la materia in modo così fresco ed interessante. Spesso certe opere (forse ovvio il riferimento al Nome della rosa di Eco) sono intrise di un’erudizione anche pesante, sembrano più che altro dei saggi mascherati da romanzo. Così se a me frequenti e tecnici riferimenti ad antichità classica, monachesimo, vicenda di Abelardo ed Eloisa, S. Bernardo di Clairvaux ecc. esaltano, quello è un “problema” mio. Come dicevano gli allievi dei miei corsi: “Proffe, tu sei guasto!”
Ma un romanzo d’ambientazione medievale, fatte salve certo le scelte dell’A., dovrebbe (come ogni romanzo) trattare la materia in modo più libero. Del resto, chi col Medioevo abbia una certa familiarità e scelga appunto questo approccio libero, può mantenere un certo equilibrio tra rigore storico ed invenzione fantastica. Dicendo questo penso ad un altro bel libro come per esempio La stanza delle signore della Pernoud.
Tornando agli Abati, la freschezza cui accennavo è data da immagini e descrizioni che hanno il fascino di una poesia immediata, spontanea. In un sereno tramonto d’ottobre ecco che la marchesa di Challant esce a cavallo col suo seguito, il duca e l’erborista-filosofo Venafro. Quando scesero da cavallo: “La marchesa sedette su una roccia e la sua tunica indaco-rosata si sparse sull’erba come un grande fiore d’autunno. Il duca sedette ai suoi piedi sull’erba, e la guardava.”
Qui poche parole racchiudono tutto un insieme di fatti, simboli e sentimenti.; sembra che la marchesa sia appunto un fiore ed emani bellezza, ecco che il duca la contempla, forse la desidera eppure a me pare che in quel “la guardava” vi sia anche del dubbio, se non timore. La donna fiore: l’Elena di Eschilo era fiore di desiderio che tormenta i cuori. La donna tentatrice: vascello del Demonio, come sarà bollata da tanti predicatori… non nel solo Medioevo; quindi anche la donna fuoco e peccato.
Senza però moltiplicare le interpretazioni, ricondurrei la poesia del romanzo a quel che disse Socrate nell’Apologia… un poeta compone per immagini, non per deduzioni logiche.
Non che negli Abati quelle manchino, ma sono inserite all’interno di un tessuto narrativo molto scorrevole, come quando al castello arriva un seguace di Abelardo, le cui complesse teorie espone con grande senso della sintesi e non privo di spregiudicatezza.
Inoltre, l’opera contiene riflessioni sull’evoluzione della tecnologia e della società: penso all’inventore Enrico da Morazzone, che prevede la centralità che in futuro avranno “le macchine” e gli opifici. Ci imbattiamo in Goffredo di Salerno, in odore di eresia perché contro i maestri dell’omonima scuola sosteneva la liceità morale, non solo la possibilità tecnica di trapiantare nell’uomo organi d’animale.

venerdì 25 gennaio 2008

Luoghi e culture

Questa nuova etichetta (davvero una brava ragazza, potete credermi) cercherà di collegare la geografia a mentalità, usi, costumi ecc.
Infatti, ho sempre pensato che non si debba ridurre la geografia a fatto puramente morfologico: a meno che non la si voglia identificare con la semplice (benché necessaria) toponomastica.
Ma per me, la geografia è bella soprattutto quando parla delle persone che abitano i suoi luoghi; gli uomini e le donne in carne ed ossa, conferiscono un carattere all’ambiente.
Certo, lo stesso ambiente influisce sul carattere dei suoi… inquilini. Io penso (so di non dire proprio niente di nuovo) che tra ambiente ed esseri umani esista un rapporto di influenza reciproca.
Inoltre, tenterò di parlare soprattutto di luoghi e persone solitamente trascurati; di New York, Parigi, Tokyo, Londra ecc. si parla sempre, o quasi. Dell’area Molise-Basilicata (tanto per fare un esempio) mai… o quasi.
Tuttavia, nella mia pressoché infinita bontà, concederò anche alle metropoli il diritto di… ingombrare questa nuova etichetta. Solo, sceglierò delle chiavi inconsuete.
Col mio grande amico Maurizio, autentico blood brother (fratello di sangue) tra una birra e l’altra reinventavamo le città. Dicevamo: “Ti immagini i mulini a vento in riva all’Hudson?” Poi, dopo esserci documentati sul passato di Nuova York scoprimmo che fu una tranquilla città olandese
Perché non parlare di quella New York? Storia, geografia e rimescolio spaziotemporale potrebbero rendere Luoghi e culture più interessante.
Comunque, sempre che sia d’accordo con me stesso, nel prossimo post di questa nuova etichetta parlerò della Basilicata.
Ma in effetti, perché non potrei parlare della Parigi medievale o della Londra settecentesca?
Chi me lo impedisce, famigerato me stesso a parte?

mercoledì 23 gennaio 2008

Una città quasi particolare

Stamattina il sole, quel simpaticone che avrei inventato io se non ci avesse già pensato Dio (come “rimo” io…) cerca di farsi largo tra le nuvole.
Di mattina presto, o come diciamo da ‘ste parti early in the morning, Cagliari può sembrare una città medievale.
Le cloudsnuvole gravano sul colle di S. Michele, certi viali sono spazzati (o almeno spazzolati) dal vento, un’insistente nebbiolina filtra tra i rami degli alberi.
Una folla di neri, zingari, persone senza occupazione né fissa dimora, mendicanti, ladruncoli, frati, prostitute, suonatori e venditori ambulanti appare sulle strade principali e si perde nell’intrico di vicoli della città vecchia. Forse io sono uno di loro.
Una pioggerella fitta e sottile si riversa silenziosa sulle campagne alle porte della città… e si avvicina.
Viale Trieste, che adesso scoppia di negozi, uffici, martkets, bar, ristoranti ecc, all’inizio del ‘900 era una strada di campagna. A pochi metri da 1 market resiste ancora la chiesetta dedicata a S. Pietro: patrono, credo, dei pescatori.
Pochi metri più in là ecco piazza del Carmine, che sempre ad inizio ‘900 (o anche oltre) era uno sterrato o uno spiazzo adibito alla vendita del bestiame. Un personaggio di 1 racconto che devo ancora scrivere mi assicura, strillando, che là di notte galoppano i fantasmi di certi cavalli. Torna in fondo alla penna, marsh! Vediamo di non passare coi frequentatori del blog (magari qualc1 non casteddaiu, cagliaritano) per i soliti, sguaiati buzzurri.
In viale Trieste, comunque, ecco un negozio di interni dal bellissimo nome: Spazio e tempo. Devo entrarci, prima o poi: che vendano macchine del tempo? Un megapplauso, in ogni caso, a chi ha dato al negozio quel nome.
Sì, perché a Cagliari 1 bar che sorga vicino ad un colle te lo chiamano Bar Il vecchio colle, o al massimo Caffè la collinetta. Un negozio di articoli musicali, diventa La chitarra. Vendi materiale idraulico? Il tuo locale si chiamerà Il lavandino.
Perciò cari miei, lo Spazio e tempo, poiché in esso si vendono interni e sta in viale Trieste, magari rischiava di chiamarsi La cassapanca triestina.
Se poi penso che per molto tempo in qual viale lavoravano le prostitute, per carità di patria (o di città) non vi dirò come rischierebbe di chiamarsi un negozio di biancheria intima…

martedì 15 gennaio 2008

Spazio ai Lettori - n° 1 del 2008


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.

venerdì 16 novembre 2007
Autunno mio (l’autunno a Cagliari)

Anonimo ha detto...
Andando a caccia di suggestioni e colori, nel nostro piccolo, anche Cagliari (e dintorni) si difende molto bene!
Che dire dei colori che ritroviamo per esempio nella distesa fantastica delle saline e dello spettacolo rosa che ci offrono i fenicotteri che popolano questo specchio d'acqua e che troviamo anche nello stagno di Molentargius?
Ho avuto modo di viaggiare e ogni volta , amo e apprezzo sempre di più la mia città , il mio mare ed i suoi colori, il clima, i venti!

martedì 8 gennaio 2008
Simpatico sfogo contro i chitarristi solisti

C.Dotti ha detto...
Malinconia e nostalgia non sono un abominevole peccato; il danno viene dal restarne intrappolati e odiarli per questo.

Vero Rocker ha detto...
…..rock è libertà e ribellione, è uscire dagli schemi, è liberazione catartica….

Bruno ha detto...
….il rock non si è fermato agli anni '70.

sabato 12 gennaio 2008

Biondillo’s rock (Per sempre giovane)

Gli scrittori italiani mi fanno ululare. Mi piacciono solo Santucci, Benni, Castellaneta e Carlotto. Certo, dovendo scrivere un testo di critica letteraria non sarei così lupomannarico. Potrei “pensionare” (per limitarci agli scrittori italiani del ‘900) Gadda, Moravia, (certe cose di) Pasolini ecc.?
Ma quando si tratta di simpatia bisogna accantonare rigore critico & scrupoli filologici e delirare. Poi, il delirio in questione non sarebbe davvero tale: simpatia (greco sympatheia, latino sympathia) significa anche conformità di sentire. I Greci, col verbo sympatheo designavano anche una tendenza a “sentire o soffrire insieme.” Perciò non parlo di una simpatia del tipo: uè, Biondillo! Dài, vieni a bere a con noi! Parlo di una consonanza di pensieri e sentimenti: quel che ho trovato nel romanzo Per sempre giovane.
Magari, benché abbia suonicchiato anch’io all’età delle protagoniste (tra i 17 ed i 20 anni ma anche dopo) ho 1 po’ stentato a capire certi dettagli relativi a basso e batteria. Limite mio, ok. Però Biondillo mi ha fatto tornare voglia di suonare. Mi vedo già ad infliggere mails di reunion da Cagliari ad Olbia, da Olbia a Milano.
A parte questo, trovo il romanzo molto bello e caldo quando ci presenta le protagoniste, le milanesi del gruppo Le Viceversa. Biondillo dipinge delle ragazze confuse, nervose, anche spaventate ma autentiche. Sebbene per alcune di loro la musica sia fondamentale, la loro umanità non si esaurisce in essa. Attraversano buona parte del Paese (da Milano ad Alcoli, per un concorso musicale): tipico rito di iniziazione… on the road, naturalmente. Ma in questo viaggio forgeranno un’amicizia che resisterà a divorzi (Francesca, per gli amici Fra’), lotta per amori diversi (Paola), malattie ( il tumore di Daniela), caduta di Muri ecc.
In fondo, quando entri in 1 gruppo rock pensi solo a far casino, rompere gli schemi e perché no?, anche a rimorchiare. Ma non credo di passare per vomitevole sentimentale se dico che l’essenza del rock, per Biondillo ed anche per me, è l’amicizia che crea e mantiene… simpatia (nel senso che ho cercato di illustrare) tra i membri di una band.
Ultima cosa poi stop, o mi commuovo come 1 vecchio barbagianni. Sulla via del ritorno le ragazze sentono alla radio Forever young, appunto “per sempre giovane” di Dylan. Fra’ traduce questo grande pezzo, che non parla del mito dell’eterna giovinezza; Biondillo capisce bene che Dylan intendeva altro.
Infatti, forse è questa la chiave di brano e romanzo: “Possa tu avere una base solida quando il vento/ dei cambiamenti soffia.”
Quella base è costituita dall’amicizia e dal rimanere fedeli non ad 1 sogno alla Peter Pan, ma a tutto un insieme anche complesso di sentimenti e di modi di essere che escludono freddezza e tendenza all’autoisolamento… questo anche quando la vita ti separa dalle persone che per te rappresentavano tanto. Benché Biondillo non citi quei versi di Dylan, trovo che sia quello il senso del suo romanzo.
Bè, dovrò aggiungere l’uomo di Quarto Oggiaro alla scarna lista dei miei scrittori italiani preferiti…

martedì 8 gennaio 2008

Simpatico sfogo contro i chitarristi solisti

Se conoscete qualche componente della setta dei chitarristi solisti, quei particolarissimi esseri che (come diceva John Lennon) frequentano solo loro simili, ecco 2 consigli. 1) Con loro non parlate mai di chitarre perché quelli attaccano a dissertare sulle particolarità tecniche del loro strumento-feticcio, poi si ostinano (con pedante gentilezza) ad eseguirvi 29 o 31 canzoni, una di seguito all’altra. 2) Non parlate mai loro di blues: poiché posseggono una tecnica che usano a scopo intimidatorio, considerano il blues roba da buzzurri. Non riescono perciò a capire che anche una tecnica sopraffina deve essere messa al servizio di una musica effettivamente povera come la musica del Diavolo.
E’ proprio questo, del resto, il punto: i chitarristi solisti non distinguono tra l’esibizione del loro maleodorante io e la prestazione musicale, che deve intendersi come un porsi il musicista al servizio di brano e gruppo. Per loro, se Shakespeare fosse stato un musicista, col suo “essere o non essere” si sarebbe dimostrato un analfabeta. Non poteva aggiungere più verbi, aggettivi, giocare un po’ col linguaggio ecc.? Non poteva mettere più note?
Con irritante regolarità, quando chiedo ad un solista di suonarmi del blues, il Narciso della 6 corde mi suona… 1 boogie-woogie! Ma allora, oltre che 1 cicisbeo della musica, sei anche un ignorante! Oppure, il raffinato asinaccio mi suona Sweet home Chicago: nella versione che secondo lui sarebbe quella dei Blues Brothers. Ora, i B.B. eseguirono una grande cover del pezzo di Robert Johnson; niente da dire. Ma quella che esegue il guitar hero in modo ben poco eroico, è solo una parente svergognata e delirante del brano di Johnson; al massimo potrebbe intitolarsi Sweet home myself (dolce casa me stesso).
Certo, questo discorso non riguarda Eric Clapton, B.B. King, John Lee Hooker; tranquilli, piccioccus (boys), non ce l’ho con voi. Né il discorso riguarda i miei amici Gianni Zanata e Max Manca. A propòs, Max, anche se ora vivi a Milàn potresti farti sentire…
Comunque, Eric, B.B., John Lee, Gianni e Max sono dei grandi chitarristi non solo perché hanno una notevole tecnica, ma soprattutto perché a loro piace suonare anche la chitarra ritmica. Io penso che dalla ritmica nasca una visione più completa di blues, rock-blues, rock, hard-rock e perfino del metal: perché la ritmica contiene il riff ed il senso del riff e del tempo. Perciò, quando torni alla solista sei + solido, inoltre in te ci sono + varietà e fantasia. Del resto, tra i miei guitar heroes c’è anche Steve Ray Vaughan (benché esecutore talvolta esibizionista); né posso dimenticare Keith Richards: l’unico gioiso vampiro in salsa rock a partire da Chuck Berry, se non dallo stesso Dracula.
Ma ad ogni chitarrista solista (equivalente degli odiosissimi biondini) dico: prendi la tua chitarra e suonala; ma tieni il tuo inutile io lontano da quelle corde!

venerdì 4 gennaio 2008

Il mondo dei conquistadores (parte terza)

Requerimiento è termine tipicamente giuridico, significa ingiunzione, intimazione. Il procedimento di ingiunzione è una procedura volta a soddisfare le richieste di un creditore, attraverso certe forme abbreviate. L’ingiunzione viene emessa da un’autorità e possiede valore normativo. Ergo un’ingiunzione è un ordine e chi la ignora o rifiuta, incorre in una sanzione. Tale discorso è sul piano formale e del diritto, inattaccabile.
Ma il Requerimiento notificato agli indios dagli spagnoli partiva da una falsa premessa da cui, sul piano logico, scaturivano tante altre. Era infatti del tutto falso considerare gli indios debitori degli spagnoli, poiché i primi erano legittimi proprietari delle loro terre; non dovevano niente a nessuno. Perciò gli spagnoli non potevano avanzare alcun diritto su quelle terre e relative ricchezze, né richiedere prestazioni di tipo lavorativo; tantomeno, potevano fondare tali “diritti” sulla coercizione. La pretesa era, sul piano giuridico come su quello morale, nulla.
Qui abbiamo un caso evidente di arroganza: dal punto di vista etimologico e pratico, arrogare significa attribuirsi qualcosa senza averne il diritto. L’arrogante non è quindi soltanto una persona superba o boriosa, ma come ci dimostrano la storia e l’attualità, qualcuno che vuol impossessarsi (con la forza o con l’inganno) di beni materiali altrui, ma anche appropriarsi di un diritto, un titolo, un merito. E’ arrogante chi si ritiene investito di missioni superiori, di cui pensa di non dover rendere conto a nessuno. E’ il caso di militari, politici, uomini dei servizi segreti ecc., che nei loro stessi Paesi si sono macchiati di stragi, ma che hanno rifiutato di contribuire all’accertamento delle loro responsabilità.
Ma chi è responsabile deve render ragione delle proprie azioni: responsabile, dal latino responsus, participio passato di respondere, rispondere. Spesso l’arrogante è anche reticente: come Caino si sente in diritto di uccidere Abele ma poi dà a Dio una non risposta: “Sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Gen., 4,9). Certo, la reticenza può nascere anche da paura o da senso di colpa... ma anche dal non ritenersi legati alla vera dimensione dialogica, perché in essa si dovrebbe riconoscere all’altro pari dignità; dignità che invece si nega. Una volta che ci si ritenga all’altro superiori e sul piano morale e giuridico legibus soluti, sciolti dalle leggi, ciò rende quindi possibile ogni atrocità.
Il Requerimiento, ben definito dal Greenblatt “strano miscuglio di rituale, cinismo, finzione legale, e perverso idealismo”, doveva giustificare un brutale dominio. Iniziava con una storia dell’umanità che trovava il suo zenith nella nascita di Cristo. Proclamava quindi la trasmissione-successione del potere di Cristo a S. Pietro e da lui a tutti i papi fino a quello all’epoca regnante: Alessandro VI Borgia. Il papa, come possessore ed erede delle “chiavi” del regno dei cieli cioè del diritto conferito da Cristo a Pietro di legare e di sciogliere anche in terra (Mt., 16,19) era illegittimamente ritenuto superiore anche all’autorità civile: ecco spiegata la pretesa d’assegnare agli spagnoli terre non loro; certo, per evangelizzarle