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giovedì 29 novembre 2007

L’immortale Teodora di Heinrich Boll

Quando iniziai a leggere Boll, Cagliari mi sembrava una città tedesca. Certo, ho sempre avuto molta fantasia e qui questa parola + d’ogni altra fa rima con follia. Ma tra gennaio e marzo la città è spazzata da un vento gelido: magari in cielo non c’è una nuvola, la pioggia è un’invenzione dei metereologi, splende il sole, eppure il freddo ti sbriciola le ossa. Io, allora come oggi aspettavo il pulmo e di notte, con quel freddo, era un supplizio.
Ma avevo 1 volumetto di racconti di Boll e mentre aspettavo il miracoloso pulmo all’angolo tra via Roma e la Rinascente, o in via Roma col porto ed i suoi dannati venti alle spalle, leggevo e leggevo. Alla luce dei lampioni e dei fari delle macchine. E se scrutavo gli alberi, una leggera foschia e “tagliavo” mare e dialetto cagliaritano, mi sembrava d’essere a Berlino. Poi, che cosa c’entrava Berlino? Boll era di Colonia (tedesco Koln). Vabbè.
Mi colpì molto il racconto L’immortale Teodora, in cui si parla d’1 giovane poeta, Bodo Bengelmann. Bodo diventa celebre dopo aver spedito 300 poesie a 300 diverse redazioni, trascurando d’allegare l’affrancatura per la risposta. Per il suo amico questa è un’”audacia che resta unica in tutta la storia della letteratura.” Certo, nel racconto si dà per scontato che quelle poesie siano straordinarie. Una delle ultime frasi del poeta è: “La gloria è soltanto una questione di affrancatura.” E muore. Muore letteralmente dal ridere.
Vorrei osservare, almeno en passant come in Boll il riso sia particolare. Nel racconto La mia faccia triste egli ci parla di una società in cui, pena la galera, si deve ostentare una faccia felice, ma in certi periodi uno sia finito dentro per faccia allegra. In un altro racconto troviamo un uomo che ride per lavoro, ma che nella vita privata è invece serissimo ed in fondo non ride mai.
Per l’amico, Bodo era un “mangione, come molti malinconici”; inoltre scriveva le sue poesie migliori a stomaco pieno. Indubbiamente, queste riflessioni sottrarranno un po’ di fascino e di magia alla figura dell’artista. Ma in modo altrettanto non dubbio io dico che 1 artista morto di fame, di fame muore. E se l’artista muore, poi che cosa crea? Mica gli conviene. Comunque, quando questo erede di Goethe scriveva, suo padre era solito interrogarsi in questo, problematico modo: “Dov’è quel porco?”
Bodo scrisse per Teodora (che si chiamava Kate) i “Canti per Teodora”: circa 200 liriche che fornirono carta, inchiostro, forse anche qualche cattedra universitaria a torme di critici che invano cercarono di scoprire chi fosse Teodora. La bella del poeta, il cui nome in greco significa dono degli dei, lavorava come commessa in una cartoleria: ma questo non toglieva nulla alla sua grazia. Era bionda, farfugliava la esse (appunto come una dea), probabilmente grande lavoratrice e la sera tornava a casa in tram, a bordo del quale leggeva libri economici. Lui non ebbe mai il coraggio di rivolgerle la parola ed una volta morto, lei si mise con un meccanico.
Che l’arte, la fama e l’amore siano davvero così casuali? Difficile capirlo, in questa città fenicia.

sabato 24 novembre 2007

Danni morali a chi?

Di recente gli ex-sovrani d’Italia hanno chiesto al nostro Stato un risarcimento di 260 milioni di euro per “danni morali.” Pensano che l’esser stati, dopo la sconfitta nel referendum del 2/8/47, esiliati, abbia violato i diritti dell’uomo. Tale richiesta è offensiva. Usa infatti questo termine l’avv. Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Egli si riferisce all’approvazione da parte di Vittorio Emanuele III delle leggi razziali del 5/9/38 (cfr. Gazzetta Ufficiale 13/9/38, n.209). Nel '97 un Savoia ha definito quelle infami leggi “non poi così terribili”! Gattegna ricorda a tanti smemorati la guerra combattuta dall’Italia fascista a fianco della Germania nazista: il tutto con l’appoggio dei Savoia. In seguito, nei lager morirono 8500 ebrei italiani. Aggiungo che alla destituzione di Mussolini il re non revocò quelle leggi e che dopo l’8 settembre i Savoia fuggirono a Brindisi (9/9/43).
Alla base di tutto stava una loro antica e profonda vocazione… antidemocratica: durante la marcia su Roma (ottobre ’22) il re non volle firmare il decreto di stato d’assedio proposto dall’allora presidente del consiglio Facta; rinunciò così a contrastare il fascismo. Anzi, offrì a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo (28/10 22). Quando (maggio ’24) come dice Diego Fusaro il sen. Campello presentò le prove della responsabilità fascista nell’assassinio di Matteotti, il re si nascose il viso dicendo d’essere “cieco e sordo” e che suoi occhi ed orecchie erano camera e senato: proprio quelle dominate con pugno di ferro da Mussolini, che come è noto dichiarò che avrebbe potuto fare di quell’aula “sorda e grigia” un bivacco per i suoi uomini.
Inoltre, i Savoia non contrastarono lo squadrismo fascista, che si scatenò dal primo dopoguerra al ’22 ed oltre, con tutto il suo carico di omicidi, stupri, umiliazioni, torture, incendi… Il re fu felice di fregiarsi del titolo di imperatore d’Etiopia, dopo che tale Paese fu conquistato grazie ad una guerra che comportò da parte dell’esercito italiano l’uso massiccio di gas e la violazione di tutte le leggi, incluse quelle di guerra. Che tanti smemorati leggano le opere di Del Boca.
Si pensi poi alla decorazione militare conferita dal re buono Umberto I al gen. Bava-Beccaris per aver fatto cannoneggiare ed uccidere a Milano (1898) decine di persone che protestavano per il carovita. La medesima politica militare fu sempre applicata per reprimere scioperi, manifestazioni e contro chiunque si opponesse al potere regio e padronale. Mack Smith prova che Vittorio Emanuele II, re galantuomo parlò di “compiere un massacro” dei seguaci di Garibaldi, che potevano arrivare a Roma prima del suo esercito e dichiarò ad 1 ambasciatore inglese che si poteva governare l’Italia solo con le baionette o con la corruzione. Mack Smith ne La storia manipolata prova che i Savoia fecero spesso uso d’entrambi i sistemi. Genova, Ancona e Gaeta furono regalmente bombardate e per molto tempo, in Sardegna, gli oppositori alla real casa erano marchiati a fuoco, come il bestiame.
Si dirà: è il passato e comunque la richiesta savoiarda andrebbe accolta con un sorriso; ma più si considera la loro storia e meno si trovano ragioni per farlo. Gli ex-regnanti non hanno mai riconosciuto le loro colpe, né tutt’ora rinunciano alle prerogative dinastiche, in ciò mantenendo un legame non solo sentimentale col quel passato. Qualche anno fa, dall’esilio promulgarono una legge: come se regnassero ancora! Dopo tutto questo, ora con quale diritto storico, morale o politico avanzano certe pretese?

martedì 20 novembre 2007

Il mondo dei conquistadores (parte prima)

Abbiamo visto che il dominio esercitato dagli spagnoli sugli indios combinava forme di controllo militari, economiche (l’encomienda) e psicologico-terroristiche come lo stupro e la tortura. La tortura sortiva l’effetto, attraverso la mutilazione dell’indio ed il progressivo scempio del suo corpo, di sfigurarne l’immagine umana. Lo spettacolo offerto dalle sue sofferenze doveva fornire divertimento agli spagnoli e provocare repulsione negli altri indios: la vittima che soffriva tremendamente era presentata come non umana, quindi come bestia. Il dominatore doveva giustificare la propria crudeltà, il proprio comportamento bestiale: per es. col ritenere che il dominato si trovasse al di fuori del genere umano.
E’ questa una costante storica che si è ripetuta spesso, se ancora a fine anni ’50 Sartre affermava che i soldati del suo Paese applicavano al colonizzato il numerus clausus; non consideravano l’algerino, comunque il non-occidentale ed il non cristiano come facente parte del “numero” degli esseri umani; gli si poteva così usare ogni violenza.
Nel caso degli spagnoli, la crudeltà era la forma pratica del loro dominio: una forma che si esercitava attraverso una combinazione anche complessa di sistemi e che comprendeva anche elementi rituali. Il sequestro e lo stupro per es. delle mogli dei capivillaggio era certo funzionale all’estorsione di un riscatto in oro. Ma penso che insieme, nell’usare violenza sessuale alla moglie di un capo, il capitano spagnolo (l’altro capo) volesse affermare una superiore potenza sul piano militare ma anche su quello simbolico. Il messaggio da trasmettere a tutti gli indios era questo: il vostro capo non può proteggere neanche ciò che dovrebbe avere di più sacro, cioè sua moglie; perciò io ed i miei uomini acquisiamo pieno diritto su tutto… oro, terre, Dèi, le vostre stesse persone.
Ora, la presenza anche di elementi simbolico-rituali ce ne fa intravedere un’altra: quella della religione cristiana. I re spagnoli avevano ricevuto “le Indie” dal papa al fine di evangelizzarle. Benché la religione cristiana non sia responsabile degli orrori dovuti ai conquistadores, tuttavia il suo uso distorto si è dimostrato letale per gli indios. Così, qui anch’io parlo di “imperialismo cristiano.” (L. Nuzzo, "Percorsi religiosi e strategie di dominio…").
Tutta via non seguo Nuzzo quando ritiene necessario liberarsi da categorie “eccessivamente” moderne, per rileggere lo stesso Requerimiento considerando anche i vari condizionamenti teologico-religiosi, nonché influenze e tradizioni “altre” rispetto alla stessa ideologia cattolica dell’impero spagnolo. Non seguo il Nuzzo perché quell’imperialismo si fondava proprio sui succitati condizionamenti. Poi, certo accanto ad essi esistevano dimensioni extragiuridiche, non normative stricto sensu ed anche prestatali (donazioni remuneratorie, micropoteri ecc.).
Ma il quadro di un imperialismo pur così complesso non cambiava nulla sul piano dei rapporti di forza: che agli indios erano sempre avversi. La pluralità di poteri e dimensioni e la mancanza di un forte potere centrale (ma da cui aveva preso le mosse la Conquista e che da essa ricava ingenti ricchezze) rendeva impossibile il miglioramento della condizione del dominato.

venerdì 16 novembre 2007

Autunno mio (l’autunno a Cagliari)

A dire il vero, Cagliari non conosce l’autunno. Da noi è ancora estate sino all’inizio d’ottobre. A volte, qui l’estate si concede una proroga sino ai primi giorni di novembre. L’anno scorso verso l’8-10 del mese c’era chi andava ancora al mare.
Ma poi, per citare una frase dei nostri vecchi, come Dio vuole l’autunno inizia anche da queste parti.
Di recente ho visto un documentario sulla regione francese della Camargue. Bè, care amiche e cari amici, pur con sommo rammarico devo informarvi del fatto che da noi l’autunno non regala dei tramonti così rosseggianti, dai nostri stagni non decollano aironi, presso i nostri fiumi non si abbeverano cavalli bianchi. No, purtroppo.
Eppure, anche l’autunno casteddaiu (cagliaritano) ha un suo fascino. Quando il sole va via e le nuvole si stendono sulla città come un antico mantello, è bello sedere su una panchina a fissare il mare, le barche che scivolano tranquille ed i gabbiani che cantano nel loro, particolarissimo, stile.
Mi aggiro furtivo come un ladro nella zona compresa tra l’antico arsenale, la cattedrale ed i bastioni che sovrastano la Cagliari. Da lì vedo il vento increspare il mare. E non c’è bisogno di cercare o creare metafore: il vento sulla superficie marina va oltre.
Ho sempre attraversato la città da una periferia all’altra per sentire il particolare miscuglio che gusti in autunno: di salsedine, di vecchi stagni, di venti che sibilano tra le erbacce confondendosi con treni che sferragliano lontano. Intanto mi sporcavo scarpe e jeans di fango, buttavo passi sulla spiaggia e bevevo qualcosa o cercavo di scolpire quella strana bellezza… a colpi d’inchiostro.
L’autunno cagliaritano mi piace anche quando nella città vecchia il vento fa tremare i portoni e cigolare porte e finestre. Mia moglie attribuisce tale (macabro) gusto al fatto che mi starei trasformando in un vecchio gufo. Trovo questa sua tesi suggestiva ed entro certi limiti condivisibile; per es., non mi riterrei proprio vecchio.
Tuttavia, quando il sole filtra tra i rami di qualche albero sotto cui io, gufo di mezz’età ho trovato una gentilissima panchina, ebbene, allora posso riscaldare le mie ossa e schivare con successo le prime gocce di pioggia.
Quando poi esploro gli umidi vicoli di qualche paesetto e seguo il filo di certi camini, capisco che l’autunno è uno stato d’animo, non un fatto climatico.
Beh, sempre meglio che avere dentro l’inverno...

martedì 13 novembre 2007

Il grande Zà, detto anche Cesare Zavattini

Cesare Zavattini (1902-1989), il grande è stato scrittore, giornalista, sceneggiatore, pittore, regista e molto altro ancora. Nacque a Luzzara, in provincia di Reggio Emilia e per tanto tempo si portò appresso il tormentoso ricordo della classica piccola città: quella provincia in apparenza dolce e quieta, in realtà feroce… coi suoi figli più creativi. Il natio borgo selvaggio di leopardiana memoria o, per chi non regge certi riferimenti letterari, la Piccola città di Guccini o la Piccola città eterna di Ligabue.
Di Zà avrò letto 29 volte Parliamo tanto di me, sorta di viaggio dantesco intessuto però di comicità. Ogni capitolo dell’opera contiene delle storiette, come l’A. chiama le vicende che racconta.
Zà non è tanto interessato allo scavo psicologico o alla descrizione d’ambienti e non gli importa molto neanche della trama. Gli piace raccontare ed in questo non si pone problemi d’architettura o di coerenza interna (dell’opera). Ma poiché sa raccontare, risolve anche questi problemi. Come dice John Lennon in Watching the wheels? Non esistono problemi, solo soluzioni. Certo, questo non è logico; ma un vero artista fa marameo alla logica.
Zà scrisse Parliamo nel 1931 e pensò bene di infarcirlo di uno spiritello comico-cattivello. Già da allora, l’uomo e non solo lo scrittore era insofferente di schemi, regole ed imposizioni. Così, il suo stesso uso del linguaggio era quasi eversivo: negli anni ’70 in diretta (alla radio) e prima che diventasse una fastidiosa moda, gridò c…zz! Dichiarò che quando scrisse Parliamo era interessato a giocare con le parole, esasperarne il lato paradossale, farne esplodere le contraddizioni.
Ma per me, in Parliamo c’è addirittura di più. Prendiamo la storietta di quel tale che angoscia il suo interlocutore con la cronaca delle proprie avventure. Chi di noi non ha conosciuto o non conosce (soprattutto in provincia) uno che si presenta come infaticabile amatore, uomo che avrebbe avuto più donne di Caligola, Bukowski e Mick Jagger messi insieme? Ma anche se così fosse che importanza potrebbe avere, perché questo Superfornikator non se ne va al diavolo? Bè, di rado abbiamo il coraggio di dire cose del genere.
Anche l’interlocutore della storietta ascolta e sopporta, sopporta ed ascolta… ma poi esclama: “Bababarabà.” Questo sconcerta il playboy, che però non demorde. Il brav’uomo continua ad ascoltare ed a subire, ma nella mente una vocina gli sussurra: “Devi dire bebeberebè.” E’ un pensiero stupido, anzi folle ed a poco a poco comincia a diventare un’idea fissa. Devi dire bebeberebè. Devi dire bebeberebè. Devi dire beber… “Bebeberebè!” Miracolo: l’erotomane narciso saluta e va via. Alleluja! Osanna!
Non sono un puritano, come non lo era neanche Zà e non ho niente contro chi parla francamente di sesso: ma 1 conto è parlarne così, 1 altro in modo autocelebrativo e stendendo un elenco delle proprie conquiste, come se le donne fossero delle tacche da segnare sul calcio di una pistola.
Purtroppo, l’atteggiamento da zerbinotti da strapazzo è molto diffuso anche tra chi punta a soldi, fama ed onori. A tutti loro dico: “Bababarabà! Bebeberebè! Bababarabà! Bebeberebè!”

venerdì 9 novembre 2007

Uragano Who? Sì, grazie!

Da parecchio gli Who rappresentano il lato criminale ed inquietante del rock. Ora sono certo + “presentabili” d’1 tempo (fine anni ’60 e metà dei ’70): del resto è morto da molto Keith Moon, il mister Hyde dei batteristi rock. Di recente è morto anche John Entwistle, il bassista dalla tecnica quasi jazzistica. Forse questo è normale per 1 gruppo il cui maggior successo è My generation, con quel verso: “Spero di morire prima di diventare vecchio.” Pare che a corteggiare troppo una certa Signora si finisca per essere accontentati…
Francamente, quando ho sentito che nonostante il decesso di Entwistle, il bassista-mago, la band ha continuato il tour… ho provato rabbia. Che senso aveva? Ritirandosi dal tour il gruppo avrebbe pagato una penale salatissima? Ma non avevano problemi di soldi. L’unico motivo poteva essere, come ha detto Townshend in altre occasioni, quello di non lasciare a piedi i fans. Tuttavia penso che i veri fans non avrebbero mai voluto vedere i loro re sul palco senza John… almeno, non da un giorno all’altro, come se fosse morto 1 cane.
La mia idea di rock sarà ingenua o fanatica ma credo che quando 1 gruppo avente oltre che una sua estetica, un progetto, una visione comune della vita e dell’arte (non del solo rock) allora tutti i suoi membri siano legati tra loro come da 1 patto di sangue: un pò come i Demoni di Dostoevskij. Perciò i soldi, la fama e le aspettative degli altri contano 0. Un vero gruppo non è un semplice aggregato di musicisti, è un tutto unico.
Ma devo anche dire che la visione delle cose di Townshend è sempre stata improntata ad un realismo quasi cinico. Nell’’81, in occasione d’1 loro concerto allo stadio di Cincinnati, all’apertura dei cancelli si verificò una ressa, disordini e morirono schiacciati 11 ragazzi; lui disse: “Questo è il rock.” Forse aveva ragione: il rock non è consolatorio. Chi vuol essere consolato va in chiesa; poi, anche lì non si prega un Uomo inchiodato ad una croce?
Tutta la musica degli Who è sotto il segno dell’energia e di 1 selvaggio entusiasmo. Un uragano, appunto. Gli odierni gruppi di heavy metal sono dei pivellini, in confronto; gli Who erano duri già nel 1964! Il cantante Roger Daltrey faceva mulinare il microfono come una catena o come un’arma di qualche guerriero ninja; K. Moon pestava sui suoi tamburi suonando quasi sempre in assolo inoltre, magnifico guitto, lanciava la sua bacchetta in aria per riprenderla al volo senza mai perdere il tempo; Townshend saltava come 1 grillo e dopo certe pennate, la sua chitarra necessitava di 1 equipe di chirurghi. Imperturbabile il solo Entwistle, che suonava con l’olimpica calma di Zeus.
Ora sul trono mooniano, che per 1 certo periodo occupò Kenny Jones, siede il figlio di Ringo Starr. Del resto, Grillo Pazzo Townshend è sempre stato un fan dei Beatles ed è amico di Sean, figlio d’1 certo John Lennon. Daltrey, l’ex fabbro diventato per nostra fortuna cantante rock, i capelli ora tagliati corti ed un fisico da campione dei mediomassimi, continua a roteare quel microfono. Meglio stare a distanza di sicurezza. Pete Squartachitarre ha affinato la sua tecnica ed ora sfida i giovanotti. Il sorriso è meno cattivo ma è ancora molto obliquo e beffardo. E benché molta chitarra sia passata sotto i ponti del rock, l’unico che possa reggere il confronto coi suoi riffs è Keith Richards, l’anima nera degli Stones. Che il rock cominci (o almeno continui) a 60 anni?

martedì 6 novembre 2007

Il viaggio del dolore in W.B. Yeats

Quando penso all’Irlanda (Paese che prima o poi visiterò) mi vengono in mente le immagini del poeta William Butler Yeats (1865-1939).
Sì, fanno capolino anche Joyce ed ottimi musicisti: Van Morrison, gli U2, i Pogues, Sinead O’ Connor ecc. Ma Joyce era un po’ troppo freddo, forse cinico: nel dramma Exiles (Esuli) il protagonista e suo alter ego Richard Rowan è chiamato womankiller, uccisore di donne. Inoltre, il pur grande pop-rock dei musicisti citati mi esalta, ma fa volare via dalla mia mente i colori e le suggestioni di maghi, foreste, fate e violinisti che appunto trovo in Yeats.
Nel Nostro sono fortissime la potenza delle immagini e la capacità di cantare la malinconia ed il rimpianto. Penso che la sua poesia si trovi soprattutto sotto il segno di questi due sentimenti o stati d’animo. C’è anche dell’altro: ma poiché al momento non ho davanti una pinta di birra scura (Guinness o Kilkenny) ma solo un italianissimo caffè, voglio limitarmi a parlare di quei due sentimenti, che trovo soprattutto nella poesia Il mantello, la barca e le scarpe.
La poesia in questione consta di pochi versi, appena 15. Il tema è quello del dolore. Un misterioso interlocutore chiede al poeta che cosa stia facendo; egli risponde che fa “il mantello al Dolore”, poi che gli “fabbrica” una barca. Infine, il poeta dichiara che è intento a tessergli “le scarpe.” Qui il dolore è presentato come se fosse un uomo poverissimo e rifiutato da tutti: un profugo, un esule? Ma chi vorrebbe accogliere il dolore?
Se il fine della nostra vita è l’autoconservazione ed anche (si spera!) la felicità, solo un pazzo soccorrerebbe qualcuno che possa impedirla. Caino chiede a Dio: “Sono forse io il custode di mio fratello?” Certo, c’è molta differenza tra il ignorare il dolore di un altro ed ucciderlo. Ma talvolta ignorare quel dolore può equivalere ad un lento assassinio… Comunque, per Yeats “veloce sui mari giorno e notte/ veleggia l’esule Dolore,/ giorno e notte!”
Non so se Yeats abbia scritto questa poesia con intenti sociali o altruistici. Benché non lo si possa escludere, io credo che Il mantello, la barca e le scarpe contenga anche un elemento che definirei beffardo. Infatti, nell’ultima strofa le scarpe tessute dal poeta “con lana così bianca” servono per far arrivare il dolore improvviso e leggero. Ora, in questo vi è del negativo: sembra che Yeats voglia che soffrano anche gli altri. Ma la parola che chiude la poesia, leggero può significare un dolore sopportabile.
In una poesia così breve possiamo trovare tanti sensi, vie e significati. Penso che la varietà ed il mistero delle immagini di Yeats confermi la tesi di Socrate: un poeta compone per immagini, non per deduzioni logiche. E spesso anche oggetti non straordinari come mantelli, barche e scarpe possono vivere di vita propria… e condurre la nostra mente a stati d’animo ed associazioni mentali di cui non avremmo mai sospettato l’esistenza, o la possibilità.