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domenica 30 settembre 2007

Spazio ai Lettori - n° 6 del 2007


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.

lunedì 21 maggio 2007
Il mio libro

Francesca P. ha detto...
Appartengo alla scuola di Wolfang Isar che attribuisce alla critica il compito non di spiegare il testo come 'oggetto' ma gli effetti che esso provoca nel lettore in quanto è nella natura del testo sottintendere una serie di letture possibili. Se hai operato un'autoanalisi della narrazione potresti descrivermi la figura del tuo lettore implicito(quello sulla base del quale si costruisce la narrazione) e sarebbe più semplice valutarne le interazioni o distonie con il lettore effettivo.


martedì 25 settembre 2007
Su Bob Dylan e la sua "Tangled up in blue"

Gianni Zanata ha detto...
“Tangled Up In Blue”, insomma, potrebbe essere una storia d’amore. Ma è anche una storia che mantiene ben visibili sullo sfondo i sogni infranti di un’intera generazione nell’America di Woodstock e della controcultura, la generazione degli anni sessanta e settanta. Anzi, se volessimo leggerla come un’unica grande metafora, la canzone potrebbe proprio essere La storia di quei mitici anni, di ciò che significarono per milioni di giovani e anche per lo stesso Dylan, spesso e inutilmente sollecitato a ricoprire il ruolo di Profeta, veste che lui – con giusta e comprensibile irritazione – ha sempre rifiutato. Spingendoci ancora oltre, la canzone potrebbe descrivere i motivi della rottura, in quegli anni, tra lo stesso Dylan e i Movimenti Politici e Pacifisti che avevano chiesto all’artista di impegnarsi per la causa, per la pace e contro la guerra nel Vietnam. Motivi che, se dessimo per buona questa versione, Dylan sintetizza negli ultimi versi del brano : “…abbiamo sempre provato le stesse cose, solo che le vedevamo da un punto di vista differente, aggrovigliati nella tristezza”.

martedì 25 settembre 2007

Su Bob Dylan e la sua "Tangled up in blue"

Come catalogare Dylan? Non è un rocker “classico”: la sua musica non parte da Elvis, Chuck Berry, salta il rythm ‘n blues, il blues bianco inglese, sfugge all’hard rock degli Who, all’angoscia elettrica di Hendrix, alle atmosfere “acide” stile Young, ai duri riffs degli Stones ecc. Eppure, già dalla svolta del festival folk di Newport (1967), quando sconvolse i puristi appunto del folk con look da rocker ed esecuzione della grande Like a rolling stone, Dylan utilizza soprattutto strumenti elettrici. E musicisti elettrici: The Band, Tom Petty & the Heartbreakers, Dire Straits, Axl dei Gun’s Roses… ma chi ascolti una sua canzone dirà sempre: è Dylan.
Negli anni ’60 si impegnò contro la guerra nel Vietnam. Era 1 dei pochi che scrivesse certe canzoni. Per certi diventò forse una moda. Smise. Certo ora non ama la guerra più di quanto l’amasse 30-40 fa, ma ormai evita temi politici. E’ una scelta, condivisibile o meno. Ma questo non blocca il suo spirito ironico e satirico, come quando in una canzone si dice innamorato “della donna più brutta del mondo.” In effetti, il mieloso romanticismo è odioso.
Bob non è 1 rocker ma utilizza il rock. Non scrive contro certa politica ma fustiga il sentimentalismo: che per la O’Connor è deformazione del sentimento. Ed una società di sentimentali può compiere qualsiasi follia. A fine anni ’70 lui, ebreo e sempre insofferente verso dogmi e chiese, si fa cristiano. Ma è una fase; l’elenco di contraddizioni, dubbi e “cambi” di Bob è lungo. L’uomo ha detto: “Accetto il caos, non so se il caos accetti me.” Tangled è sintesi di questo e storia di una generazione.
Bob incise il brano nel ’75, a 34 anni: nel mezzo del cammin… In Tangled il protagonista ha una storia con una donna; lei divorzia, si mette con lui ma poi lo lascia. Lui gira tutto il Paese, vive come viene. Prima va a vivere con lei e con dei misteriosi “loro” in Montague Street. I testi di Bob sono spesso intrisi di simboli perciò difficili da interpretare: ma per me questo rende + stimolante l’interpretazione stessa. Es.: in inglese Montague significa Montecchi: il che richiama Romeo Montecchi e Giulietta. Qui il protagonista si trova davvero tangled cioè aggrovigliato in blue: che sta per blu ma anche per “tristezza”, “malinconia.” E blue è vicino a blues; la musica del Diavolo.
Si incontrano in 1 topless bar. A casa lei gli porge un libro di 1 poeta italiano del tredicesimo secolo. Dante? Bè, amore illecito e travagliato = Paolo e Francesca. Ma nella nota di copertina del disco che contiene Tangled (Blood on tracks), Pete Hammil assimila Dylan al 4centesco Villon ed afferma che è sopravvissuto “alla peste”; né giorni ed amori di Villon sono stati + tranquilli. In Tangled Bob si descrive come uno che continua ad andare come 1 uccello che non c’è più. E da un certo punto in poi, Villon scomparve.
Bob esegue Tangled alla chitarra acustica con un accompagnamento di basso e batteria, il ritmo è incalzante e spinge avanti il brano come un’onda. Immagini, simboli e situazioni si susseguono pressando l’ascoltatore, nell’urgenza di comunicare un disagio. L’uomo parla di musica nei bar e rivoluzione nell’aria. Si pensa ad Angela Davis, al Che, Woodstock ecc., ma poi “lui” (chi, Rimbaud?) trattò con gli schiavi e rovinò tutto. I conoscenti della coppia sono ora un’illusione, lui è ancora sulla strada. Ha perso la donna e la rivorrebbe. Avevano sempre sentito le stesse cose, ma vedendole da un angolo diverso, aggrovigliati nel blu.

venerdì 21 settembre 2007

Ricordi di Is Bingias, il vecchio quartiere

Quando avevo 10 anni coi miei amici ci arrampicavamo sull’asilo allora in costruzione di fronte a casa mia, ad Is Bingias (in italiano, Le Vigne), Cagliari, Sardegna, Disoccupationland.
Eravamo amici solo di calcio e sassaiole, anche se con Aldo e Carlo, oltre che scagliare sassi e palloni c’era tempo e modo anche di ragionare, scambiare opinioni e ridere senza raccontare per forza barzellette sceme.
Dalla cima (non ancora tetto) dell’asilo si vedeva la campagna che oltre la ferrovia, resisteva all’assalto cementizio. Da lì vedevamo anche la Sella del Diavolo: un promontorio che sorge nei pressi della spiaggia del Poetto. Mio cugino Fabio, all’epoca 6 o 7enne, mi raccontò quel che gli aveva narrato la nonna materna Fisina (una donna la cui vita è stata un grande romanzo): Lucifero, dopo aver suscitato l’ira di Dio, fuggì dal Paradiso col suo cavallo di fuoco… che però perse la sella, diventata poi quel promontorio.
Soprattutto in maggio, giugno e (inizio) luglio, con gli amici attraversavamo la ferrovia. Avevamo tra gli 11 ed i 13 anni. A scuola finita, scoprivamo un mondo di alberi, erba, erbacce, spine, pecore, cani, fiori, pastori, cicale, vespe: che non so perché, a Cagliari molti chiamano “api”. Comunque, sembrava che la natura pulsasse. Sembrava di sentire un silenzio assurdo, presto rotto da un costante ronzio prodotto da tanti strani esseri alati e volanti.
Facemmo poi la piacevole conoscenza di un campo di calcio, dalle misure quasi regolamentari. Deserto, tutto per noi. Ricordo che pensai: come mai non riesco a dribblarlo, Aldo? E’ grasso! (Scusa, Aldo, ma tanto sono passati 35 anni).
Prima e dopo la ferrovia scoprivamo delle conchiglie. Com’era possibile, col mare tanto lontano? Forse, anticamente il mare arrivava fino ad Is Bingias. Forse, secoli fa Is Bingias era sommersa dalle acque. Non si poteva escludere che quel misterioso rione-campagna facesse parte di… Atlantide!
Ripenso spesso a tutte queste cose. Mi capita anche quando ascolto Astral weeks di Van Morrison.
Ma nell’ascoltare quel brano mi ricordo anche le prime delusioni con le rose umane: sì, insomma, le ragazze. Ma questi sono altri ricordi. O vecchie malinconie.

martedì 18 settembre 2007

Cani e dollari, baby

Avrete sentito la notizia data il 30 agosto da tg e giornali: la miliardaria americana Leona Humsley ha lasciato in eredità 12 milioni di dollari… ai suoi 2 cani. Però ai 2 nipoti non ha lasciato niente se non, temo, una certa avversione per i cani in generale.
La facoltosa signora, delle cui facoltà mentali sarà pur lecito dubitare, si era già distinta per aver dichiarato: “Noi non paghiamo le tasse, quelle le pagano i poveretti.” Plurale majestatis? La dolcissima signora parlava di sé al plurale, come facevano e fanno re & regine? Oppure intendeva dire che non pagano le tasse i miliardari? In tal caso, ritiro quanto ho detto: non si può dubitare delle facoltà mentali della candida Leona, la donna dall’intelletto acuminato.
Eppure… eppure a me qualche dubbio rimane. Io ho 2 pappagalli ma con tutta la volontà di questo mondo non lascerò mai disposizioni (per quando andrò all’altro) di questo tipo: lascio tutte le mie armoniche, compresa quella arrugginita, ai miei pappagalli Giulietta e Modestino.
Nel giardino condominiale zampetta una rugosa tartaruga, retaggio d’antiche dominazioni catalano-aragonesi. Ora che ci penso, somiglia 1 po’ alla geniale L. Humsley… Però la socratica miliardaria ricorda Liz Taylor al 9° lifting; è solo + devastata. Insomma, quando incontro la tartaruga che onora il condominio della frequentazione del nostro giardino, cioè la Senora Tarta y Ruga de la Suerte, la saluto sempre con molto rispetto. Con queste antiche bellezze catalane non si sa mai…
Tuttavia, mi saluta con altrettanto rispetto (1 rispetto quasi affettuoso) anche la Senora de la Suerte. Ma io, mai e poi mai le lascerei in eredità le mie 29 cassette preferite di blues, rock e canto gregoriano: che a suo tempo pagai, in blocco, 11 euro e 29.
Aveva ragione il grande Fitzgerald quando diceva che i ricchi sono diversi?
O aveva ragione il non meno grande Eduardo De Filippo, quando sosteneva che i ricchi sono… tardivi?

sabato 15 settembre 2007

Spazio ai Lettori - n° 5 del 2007


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.


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lunedì 30 luglio 2007
Spazio ai Lettori - n° 4 del 2007

Una figlia ha detto...
In un tempo dove tutto va di corsa , dove non c' è tempo da perdere dietro a chi va troppo lento o non capisce, dove tutti mirano alle vette più alte, non c'è quasi posto per rispettare chi non rientra nei nostri egoistici concetti e teorie!

martedì 4 settembre 2007
Piccole scene di barbarie

Carla -BZ- ha detto...
Davanti a certi fatti i giornali esplodono di commenti intrisi di indignazione, ma come scriveva un mio illustre collega, essa scaturisce irrompente con la forza e l'intensità di un orgasmo ma ne ha anche la stessa durata. Aggiungerei che come dopo un orgasmo, nel tempo di una sigaretta si ritrova la pace dei sensi e i fatti e le conseguenze dei fatti non ci 'toccano' più.

Barbaro Gianfranco (GE) ha detto...
…la situazione in cui si trovano migliaia di anziani che vivono soli e spesso purtroppo abbandonati o lasciati soli proprio da figli e parenti? Il fatto di non legarli al letto spoglia il gesto dalla connotazione di barbarie?

Giorgio - Pavia - ha detto...
Finchè ciò che ci tocca resterà sempre e solo l'orticello di casa nostra, saremo incapaci di sentire vera indignazione verso le barbarie quotidiane nel mondo. Ma mi preoccupa molto notare come possiamo essere capaci di perpetuare 'barbarie' all'interno del nostro orticello senza indignarci verso noi stessi e indignandoci invece per comportamenti di altri.

martedì 11 settembre 2007

Ricordo di Carlos Monzon (parte prima)

Foto di Monzon, in cui lo straordinario pugile posa per il fotografo. Zigomi un po’ sollevati, il labbro increspato, gli occhi a fessura. Tutto l’insieme si compone in una smorfia d’arroganza e superiorità. Chiunque abbia avuto a che fare con gente di periferia, inoltre proveniente da realtà umane e sociali pesanti, sa a che cosa alludo. Quella smorfia significa: “Che diavolo vuoi?” E’ una smorfia che finge d’essere un sorriso e segnala pericolo.
Spesso parlare di Monzon non significa parlare del pugile ma dell’uomo: per tanti o quasi tutti un essere maligno, privo di qualsiasi pietà. Di solito il termine + gentile che si riserva a Carlos Monzon è “cattivo”. Per il filosofo Alexis Philonenko, Monzon non trovò nella boxe quel che avrebbe potuto permettergli di incanalare la sua aggressività, bensì qualcosa che la scatenò ben oltre il livello normale consentito dal ring. Forse Philonenko si riferiva anche alla vita privata di Monzon.
Non ho ancora letto il libro del filosofo: il mio giudizio si limita alla citazione che traggo dalla biografia di Benvenuti Il mondo in pugno, nonché dai miei ricordi relativi ai matchs combattuti dall’argentino. Ora, penso che Philonenko avrebbe potuto dire le stesse cose di tanti altri pugili, Jake La Motta in primis. Eppure l’impressione di fondo rimane: altri grandi pugili son riusciti a non trasformarsi solo in terribili picchiatori. Benvenuti si è dato con qualche successo al giornalismo, inoltre si è occupato di commercio (da noi e nella stessa Argentina), pubbliche relazioni, di recente si è rivolto al mondo dello spirito e del volontariato. L’impegno poi sociale e pacifista di Clay, il grande Muhammad Ali è proverbiale.
Ma Monzon era un pugile… sempre. Sembrava, poi, che mentre gli altri colpissero per sconfiggere l’avversario, lui volesse fare più male possibile. Del resto, i pugni fanno male e se vuoi vincere, i tuoi devono fare peggio. Se quelli di Monzon erano così, forse questo dipendeva anche dal fatto che tra i pugili latinoamericani in genere, si considerava irrilevante il galateo pugilistico. Nino ricorda che durante la rivincita del maggio ’71 a Montecarlo, Monzon lo colpì col pollice alla carotide ma l’arbitro (anch’egli argentino) disse: “Tranquilo, no es nada!” Inoltre, Monzon era fortissimo e velocissimo: perciò se ai fattori forza o diciamo anche “cattiveria” e velocità aggiungiamo il disinteresse per le regole, otteniamo una belva. Ma in Europa e negli Usa ci si era dimenticati di come si combatteva ai vecchi tempi.
Forse contagiato dalla boxe (talvolta simile alle risse di strada) di Monzon, Nino andò all’arrembaggio. Così lasciò campo libero alla reazione di Carlos: uno che quando ti vedeva in difficoltà continuava a colpirti per schiantarti. E chi poteva resistere ad un uragano di colpi che si abbatteva sul viso, centrava la figura, arrivava in punti proibiti o comunque in modo sleale? Nino scese dal ring con una costola incrinata e la bocca piena di sangue. Certo, gli successe qualcosa di simile già con Griffith: che poi sconfisse nel memorabile match del Madison Square Garden. Ma lì si trattava di combattere: duramente ma nell’ambito d’1 match di boxe.
Con Monzon si prendeva una macchina del tempo per andare a combattere in una dimensione che precedeva la boxe; in quella, lui era re.

venerdì 7 settembre 2007

Candele per Maria di Heinrich Boll (parte II)

La storia è dominata dalla presenza della miseria e dal fantasma della guerra. Eppure il Paese andava riacquistando un suo profilo tecnologico-industriale, a mio avviso in Candele simboleggiato dall’elettrificazione; a sua volta simbolo d’ordine, efficienza ecc. Delle semplici candele non potevano reggere il confronto. Erano il reperto di un’antica era religiosa: candele appunto per Maria, la Madonna. Ora, Boll era per il progresso come chiunque. E rifiutava una religione fatta di riti e che escludesse il cuore e la mente. Così, si opponeva ad un uso di tecnologia e religione che non fossero per l’uomo e diventassero dei feticci.
Forse anche per questi motivi in molte sue opere Boll utilizza poche “cose.” La sua avversione (quasi francescana) per l’abbondanza, soprattutto verso quella che degenera nello spreco e nell’esibizione di ricchezza, lo porta a concentrarsi su ciò che è comune, anche ordinario: come in Candele il pane, certi silenzi, un sorriso, qualche sedia. Poche e povere cose ma che egli non idealizza: nessuna retorica della miseria, in Boll. Tuttavia in un Paese distrutto dalla guerra erano quelle, le cose importanti. In contrasto con questo, estremo realismo, non capiamo mai l’anno o le città in cui il venditore cerchi di tirare avanti; non veniamo a sapere neanche il suo nome, quello di sua moglie o d’altri personaggi.
Sappiamo solo che ci troviamo in Germania, pochi anni dopo il disastro. Senza questi 2 dati, confineremmo Candele nell’ambito del sogno o dell’incubo. Ma l’A. ci fornisce quei dati, come se volesse dirci: attenti, questa è la realtà. Una realtà priva di confini spaziotemporali precisi ma non per questo meno reale; inoltre, per me la mancanza di quei confini ne accentua la drammaticità. Infatti il racconto si svolge in uno spazio ed in 1 tempo reali, ma non caratterizzandoli Boll in modo particolare, sembra che ci narri un dopoguerra “infinito”; in una Germania che sembra condannata a vivere in 1 tempo statico ed intriso di dolore. Ora, caratteristiche dell’Inferno sono tempo senza fine ed eterno dolore. Il silenzio sul nome dei personaggi sembra suggerire una loro mancanza di identità. Del resto, per certi i dannati sono appunto anime senza nome o comunque degne solo d’oblio.
Ma Candele presenta sentimenti ed emozioni di questa che non è “perduta gente”: l’ostessa che sbagliandoli, deve rifare + volte i conti, risultando così simpatica al venditore; la coppia che vive l’amore, pur in preda a vergogna ed a sensi di colpa; lo stesso venditore che abita la sua povertà senza amputare il proprio senso morale. Tutti loro sono umani nel sottrarsi all’ipocrisia ed alla freddezza. Se perciò quella Germania è 1 Inferno, vi si trovano loro malgrado. Non sono dei santi, certo: sono persone che fanno quel che possono con onestà. Del resto, la religione di Boll è per la povera gente, penso simboleggiata dalla Madonna con Bambino che troviamo a fine storia. La statua di Maria è rovinata e di Gesù la Madre stringe fra le braccia solo “la nuca e una parte dei piedi”; come una madre che voglia salvare i resti del figlio centrato da una bomba? Ma il finale di Candele (che non vi rivelo) sembra dirci che c’è speranza: una speranza però a misura d’uomo, priva di trionfalismi.

martedì 4 settembre 2007

Piccole scene di barbarie

Questo non è un post allegro, o scherzoso; a volte scrivo delle cose che vorrebbero essere tali. Chissà. Un po’ lo spero. Comunque, questo più che un post è al massimo uno sfogo.
Ora, il 30 luglio scorso tg e giornali hanno dato la seguente notizia: a Terni una coppia di badanti italiani ha legato al letto una donna di 80 anni, poi ha raggiunto tranquillamente il mare. Sono tornati dalla donna in tarda serata, presumo abbronzati e rilassati come santa estte prescrive.
Per fortuna alcuni vicini della signora avevano sentito dei lamenti provenienti dalla sua abitazione, così è stata avvertita la squadra mobile della questura di Terni: che è intervenuta subito, liberando la donna. Hanno però trovato le tapparelle della casa abbassate, la donna in stato confusionale, legata al letto con tre corde strette ai piedi ed al busto. Questa sua, terribile condizione è durata per ben 12 ore. La signora è stata ricoverata presso l’ospedale di Terni in stato di disidratazione. Su La Stampa.it Cronache ho letto che le sue “condizioni non sarebbero gravissime.” Non ho motivi (né competenze mediche) per dubitarne, perciò mi rallegro almeno di questa notizia.
Però mi chiedo: come si può trattare in questo modo un essere umano? Certo, si dirà: quel che fanno terroristi, mafiosi, criminali di guerra ecc. non è forse più grave? Ma a me pare che anche questo sia un grande crimine. E non c’è scappato il morto per puro caso: in 12 ore la donna avrebbe potuto avere un malore che avrebbe potuto stroncarla; si sarebbe potuta verificare una fuga di gas; avrebbe potuto ricevere la “visita” di ladri, teppisti, maniaci, malintenzionati in genere ecc.
Così io penso che ormai ci siamo abituati alla barbarie. Di fronte a stragi quotidiane, che sarà mai un’80enne legata al letto per ore? Infatti, non mi risulta che già il giorno dopo i media abbiano dato alla notizia grande o nuovo rilievo. Benvenuti all’Inferno.
Solo, mi chiedo che cosa sarebbe successo se i badanti non fossero stati di nazionalità italiana…
Ora la coppia dovrà rispondere di maltrattamenti, abbandono di persona incapace e sequestro di persona. Sconteranno la pena prevista dalla legge, come è sacrosanto.
Ma io immagino i 2 (ora entrambi 40enni) da qui a 40 anni, magari anch’essi bisognosi di assistenza. Li immagino a tu per tu con la loro coscienza e col ricordo di ciò che fecero tanto tempo prima. Penso che sarà quella, la pena peggiore.