I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura


sabato 30 giugno 2007

Spazio ai Lettori - n° 2 del 2007

Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.


lunedì 21 maggio 2007
A proposito del titolo del mio libro

Conte Ugolino ha detto...

Non mi convince questo Dante dotato di autocontrollo. ….Il suo immenso valore artistico e culturale non gli ha impedito di compiere piccole e grandi vendette personali, sprofondando all'inferno i suoi nemici. Ne emerge un Dante disposto a tutto ma meno che mai a "lasciar perdere".


Il mio libro

Arnaldo Cuccu ha detto...

Il libro di Riccardo Uccheddu io l'ho letto avidamente. Soffermandomi non poco a captarne l'onda dei ricordi. Chi si cela nella tua iniziale? Mi piace immaginare che tu salga le scale dell'antico palazzo ove risiede la nostra fantasia.

giovedì 7 giugno 2007
I lunghi giorni di maggio di Jaufre Rudel


Manuel ha detto...

….gli italiani sono molto indietro come mentalità e sono poco aperti alle novità soprattutto in fatto di musica,ascoltano poco le note e molto le banalità sdolcinate di alcuni testi mielosi e ripetitivi e così non si andrà mai avanti!

mercoledì 13 giugno 2007
L’angolo di cielo di Eloisa

Antonio M. ha detto...

L'arroganza, la prevaricazione, l'intolleranza, la pretesa di imporre la propria religione o la propria pretesa civiltà, sono tutti atteggiamenti da ripudiare.Quindi costruire attivamente la pace, evitare i rischi,ma non fuggire di fronte alle prevaricazioni.

Nonsanto ha detto...

…..secondo i principi della Neurosemantica i pensieri e le emozioni creano i nostri stati mentali ed emozionali e, riflettendo su se stessi, creano strati mentali superiori: in sintesi noi non abbiamo solo pensieri ma anche pensieri sui pensieri e sentimenti sui sentimenti in una spirale infinita.

sabato 16 giugno 2007
Spazio ai Lettori

"Libero" ha detto...

Ciao, sono una delle tante persone che crede nell' importanza della famigerata "libertà di parola", troppo spesso calpestata-maltrattata-offesa....

il Marchese ha detto...

…….gli innamorati sono masochisti ma caratteristica dei masochisti è provare piacere nel soffrire quindi gli innamorati seppur masochisti sono felici e rendono felici anche tutti quelli che godono delle pene altrui.

luiss ha detto...

...quando L'AMORE arriva difficilmente ti poni domande, lo segui anche se sei consapevole che la strada che inizialmente può essere dritta e apparentemente senza ostacoli può diventare ripida e scoscesa....

Anonimo ha detto...

Per me l' amore ed essere innamorati è soprattutto felicità pura, entusiasmo, voglia di vedere nell'altro il sorriso e sentire che vicino a me , la persona amata si sente libero/a di vivere la sua vita senza sentirsi soffocare dal mio amore!

martedì 19 giugno 2007
Perché gli uccellini cantano sempre?

Clan degli Uccellini Incazzati ha detto...

…..…l' importante è che almeno tra voi "umani" riusciate a comprendervi, cosa molto improbabile , dal momento che quando parlate tra voi , i veri pennuti sembrate voi e quasi mai vi ascoltate a vicenda!

venerdì 22 giugno 2007
Io, il greco e Ciro

Magico risveglio ha detto...

Chi può dire in senso assoluto di conoscere la"verità" su questo o quello? Chi può essere così stolto e presuntuoso da affermare di sapere realmente cos'è "l'Amore" tanto da dare insegnamenti rigidi e preconfezionati?

lunedì 25 giugno 2007
Buio in sala!


Mody ha detto...

Mentre leggo le tue riflessioni, riaffiorano i ricordi dell'infanzia. La passione per il cinema condivisa dai miei genitori e dai nonni materni, le passeggiate per la Via Roma e i commenti sul film appena visto, mentre si sorseggiava una bibita, seduti intorno ad un tavolino dello storico "Caffè Torino".

lunedì 25 giugno 2007

Buio in sala!

Io ed il cinema ci siamo sempre stimati. I miei genitori mi ci portavano anche 3 volte a settimana. Grazie!
Considero il cinema arte e divertimento. Mi piacciono i film impegnati e quelli francesi, così come le americanate. Mi piace Truffaut ed amo vedere Bruce Willis mitragliare i serial killers. Perciò scelgo: quando voglio pensare mi dò a Bergman, appunto Truffaut, Fellini, mi consegno al Woody Allen “bergmaniano” ecc. Quando voglio divertirmi, viva le sparatorie e gli inseguimenti.
Del resto, può capitare che Il Padrino I racchiuda significati che in quel film non si sospetterebbero. Penso alle sequenze in cui il grande Coppola alterna scene di battesimo in una maestosa cattedrale a feroci esecuzioni a colpi di mitra e di lupara. Lì si presenta la contraddizione o ambivalenza di Michael Corleone tra il diventare padrino cristiano mentre diventa padrino mafioso. Troviamo quel rovesciamento di valori che porta i capimafia a pervertire un concetto bello come quello di famiglia, in uno satanico come quello di organizzazione criminale. E potrei continuare a lungo. In ogni caso, bando agli snobismi: al cinema come altrove.
Così, il mio cinema è legato a Solaris di Tarkovskij e 2001: Odissea nello spazio di Kubrick. Ho trovato struggente la scena in cui si distruggono i blocchi di memoria del computer dell’astronave Discovery, Hal 9000: un computer quasi umano. Sui 14 anni esploravo i cinema per conto mio, entusiasmandomi per Butch Cassidy, con P. Newman e R. Redford: 1 western brillante. Come tutti ricordo la scena con Newman e la Ross in bici, accompagnati da 1 brano tristallegro come Raindrops keeps fallin’ on my head di Gilbert O’ Sullivan. Mi ha entusiasmato e fatto riflettere, di Scorsese, Mean streets perché come disse lo scrittore rock Dave Marsh, rappresentava la vita di strada in modo realistico. Infatti, le vicende di quei piccoli gangsters, poco più che bulli di quartiere sono tipiche di tanti ambienti: non solo italoamericani. Anch’io, come tanti, ho avuto amici che si sono inguaiati con l’alcol, la droga e che non giravano col cacciavite per motivi di lavoro. E mi ha colpito il mafiosetto interpretato da Harvey Keitel: che in chiesa passa le dita sulla fiammella delle candele, meditando sull’Inferno.
Da piccolo, con mio padre andavamo a vedere i film di Sergio Leone. Penso che Per un pugno di dollari o Giù la testa mi abbiano dato l’amore per i particolari, il gusto di creare, più tardi “da scrittore”, delle trame. Musica di Morricone, primi piani, dialoghi ridotti all’osso, ironia che spunta… Ed ancora prima, il buio in sala. Poi, ecco il film. Lasciate ogni tristezza o voi che entrate. E’ quel che ritrovo nella serie dei Pirati dei Caraibi, con Johnny Depp. Ma C’era una volta il West è anche un grande libro di storia americana, romanzato il giusto.
Comunque, il 3° episodio del pirata-capitano Jack Sparrow, con Keith Richards (chitarrista dei Rolling Stones) nella parte del padre, devo proprio andare a vederlo. Anche da solo.

venerdì 22 giugno 2007

Io, il greco e Ciro

No, in questo post non si parla di malavita; non ho mai fatto parte di una banda. Il greco era quell’orribile strumento di tortura tipico del liceo classico. Ciro era un mio compagno di classe. Io sono io; almeno credo.
Ricordo che a 15 anni andavo a casa di Ciro per cercare di tradurre Omero, Senofonte ecc. A volte mi guardo allo specchio e mi dico: “Riccardo, 30 anni fa ne avevi 15.” Lo specchio, grande diplomatico, tace. Forse mi compatisce.
Cyrus abitava in un palazzo del Largo Carlo Felice, a Cagliari. Alle 15.30 scendevo dal bus, il n°1 e mi arrampicavo su per casa sua. Il palazzo, molto bello ma antico come Noè, non aveva ascensore. L’amico abitava al 6° piano. I gradini erano ripidissimi e le pareti delle scale tanto strette da ricordare una prigione medievale. Più che studiare greco, parlavamo di calcio e di ragazze. I commenti sulle ragazze oscillavano tra il poetico ed il morboso-desiderante.
Ogni 10 minuti, dopo aver finto di tradurre una o perfino 2 righe di Tucidide, correvamo alla finestra sperando di veder passare qualche nostra compagna, o una ragazza qualsiasi. Qualche volta avevamo fortuna. Una sera, mentre sempre alla finestra simulavo di ripassare qualche verbo assurdo (in realtà perlustravo l’orizzonte femminile) mi cadde giù la Sintassi greca. Il libro rimbalzò sulla testa di un vigile urbano; quello guardò su imprecando a tutto volume. Non mi vide perché mi ero ritirato verso il centro del salotto, però da allora capì che la cultura ha un suo peso.
Di quei giorni ricordo le risate, le chiacchierate senza fine e forse anche senza senso, le ore di sentinella alla finestra e qualche pedinamento… alla ricerca delle ragazze perdute. Odiavo il greco, ma a forza di “portarlo” a settembre sono riuscito ad impararne un po’.
Comunque, quando tutt’ora in qualche Autore greco trovo immagini di primavera, penso al periodo compreso tra fine marzo e la 1/a metà di maggio: quando da quella famosa finestra vedevo gli alberi, il sole che invadeva il Largo, le ragazze… E perfino l’adolescenza sembrava sopportabile.
Bè, Ciro, se mi hai letto batti un colpo.

martedì 19 giugno 2007

Perché gli uccellini cantano sempre?

Abito in una zona molto bella, in cui il traffico è sconosciuto e gli alberi la fanno da padroni. In effetti, sono gli unici padroni che sopporto. E’ come se casa mia, in realtà casa nostra poiché ci abitiamo in 6 (io, mia moglie, 2 pupi e 2 pappagalli) si trovasse in campagna, benché disti dal centro solo 5 minuti. Perciò dovrei essere contento e lo sono.
Ma ogni tanto, su quei famosi alberi vanno a ristorarsi degli uccellini. Non conosco le abitudini o il regime alimentare dei pennuti: dovrei chiedere a Piero Angela ma non conosco neanche lui. Comunque, spesso sto pensando di scrivere qualcosa o di correggere dei compiti, quando ecco che i volatili cominciano a cantare. Cantano bene, eh, per carità. Forse come dice Sgalambro, filosofo e collaboratore di Battiato, “il rocker canta, non gli uccellini.”
Ma non cavilliamo. Non voglio privare i beccoforniti del loro, peraltro legittimo diritto al canto, né misconoscere le loro doti appunto canore.
Il problema è un altro ed è questo. Perché devono cantare quando inizio a scrivere? Cos’è, sono invidiosi? Molte volte ho ballate di Tom Waits, Nebraska di Springsteen o le 4 Stagioni di Vivaldi calde calde nella mia preistorica radio; la penna che freme come il violino di Paganini… e quelli cantano.
Certe sere vorrei rinchiudermi (la barba ispida e dura da raschiare via la ruggine da un’armatura medievale) nei sotterranei di qualche catapecchia e lì scrivere tranquillo, musica o non musica. L’importante è che gli uccellini non interferiscano con note umane ed inchiostro uccheddiano.
Certo però che non li capisco, gli alati: che cantino sempre perché hanno vinto al Superenalotto? Ed io perché non vinco mai?

lunedì 18 giugno 2007

Appunti su Peppinu Mereu, poeta blues di Tonara

Giuseppe Peppinu Mereu nacque a Tonara ( in Barbagia) nel 1872 dove morì nel 1901, a soli 29 anni. La poetica di quest’uomo sfortunato e geniale, definito dai tonaresi su cantadore malaittu (il poeta improvvisatore maledetto) contiene temi e motivi tipici appunto della poesia “maledetta”: amori contrastati, solitudine dell’uomo e dell’artista, malattia, alcol, odio verso il potere, povertà. Su tutto, la continua sensazione di un Destino avverso. In un’ideale genealogia storico-artistica, questi temi collegano Mereu a Catullo, Robert Johnson ed al Rimbaud della Stagione all’Inferno. Sì, Mereu era molto meno colto del primo e del terzo; studiò solo fino alla 3/a elementare, eppure dalle sue letture (molte compiute nella biblioteca del padre medico) ricavò una buona conoscenza della mitologia classica e dello stesso latino. Pare poi che avesse letto Baudelaire e c’è chi lo avvicina alla scapigliatura lombarda. In ogni caso, a me colpisce la forza anche fisica delle sue immagini.
In A Eugeniu Unale dice: “Samben’hat fattu s’istrale fonnesa,/ basada siat sa man’assassina, ha fatto scorrere del sangue la scure di Fonni,/ sia baciata la mano assassina. Qui Peppinu condanna le prepotenze e gli abusi di potere che certi ufficiali riservavano alla truppa. Se è probabile che l’assassino fosse originario del paese di Fonni, mi sfugge però se la “scure” sia un simbolo di giustizia-vendetta, o se il fonnese abbia davvero utilizzato una scure. Ma sono particolari: dal quadro dipinto da Mereu capiamo che in quel tempo gli ufficiali si comportavano coi subalterni in modo inaccettabile. Mereu, infatti, invita l’amico a non indignarsi per la gioia che prova per il misfatto: “Peus pro chie de coro villanu/ da ch’est soldadu ponet in olvidu/ chi su soldadu det essere umanu, peggio per chi, di cuore villano,/ quando è soldato dimentica/ che il soldato deve essere umano.
Questo canto risale al 1896. Ora, Giuseppe Dessì nel Disertore racconta una storia simile quando parla del ragazzo che durante la Grande Guerra, dopo aver ricevuto dal suo superiore una frustata, lo uccide. Se non erro, a casi di ammutinamento o di vendetta su un piano in apparenza personale e/o irrazionale, accenna Lussu in Un anno sull’altopiano. Il fenomeno era quindi diffuso e reale.
Trovo che molte immagini di Mereu possano trovarsi solo nel blues dei Neri più disperati, così come il tema della morte intesa come “destino” sempre incombente. In Dae una losa isdimentigada, da una tomba dimenticata, dice alla sua donna: “Bae, ma cando ses dormind’a lettu/ una oghe ti det benner in su bentu,/ su coro t’hat a tremer in su pettu/ a’ cussa trista boghe de lamentu/ chi t’hat a narrer: custu fit s’affettu,/ custu fit su solenne giuramentu?, và, ma mentre giaci nel tuo letto,/ sentirai una voce nel vento,/ il cuore ti tremerà in petto/ per questa voce triste di lamento,/ che ti dirà: questo fu l’amore?/ Questo il solenne giuramento? Ora, nel blues ricorrono spesso temi ed immagini simili: il vento, la sensazione di strane presenze, la tomba dimenticata… Nel Testamentu il poeta maledì i suoi nemici ma disse anche: “No happo mortu, no happo furzadu,/ morzo senza peccados birgonzosos,/ non ho ucciso né rubato,/ muoio senza peccati vergognosi,/ perdono, non chiedo d’esser perdonato.
Per me, soprattutto nell’ultimo verso c’è tutta la grandezza del poeta e dell’uomo.

sabato 16 giugno 2007

Spazio ai Lettori


Oggi siamo lieti di inaugurare questo nuovo spazio interamente dedicato ai lettori. Ogni quindici giorni pubblicheremo brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestino ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.


Il nostro enorme Grazie a tutti Voi.



domenica 20 maggio 2007
Il mio primo blog


Alessandro ha detto...

Bella la libertà di parola, dove tutti hanno torto e ragione contemporaneamente, l'importante è crederci.

Lucignolo ha detto...

vorrei dire che quando si legge non è mai tempo perso, se però siamo disposti a toglierci dagli occhi paraventi, preconcetti e censure di vario tipo, o no?


lunedì 21 maggio 2007
Opinioni sulla musica melodica

DoreSol ha detto...

Penso che in fondo i gusti musicali possano e forse debbano essere dinamici e la musica che più ci è piaciuta, ci piace, ci piacerà, è proprio quella più in sintonia col nostro essere allora,oggi e domani.

Abbraccio forte ha detto...

Qualcuno prima di me ti scrive riguardo al processo di evoluzione in ambito musicale, ma in fondo nessun settore e nessun essere umano può rimanere estraneo o rinnegare questo meraviglioso processo, che altro non è che provare lo stupore dei bambini di fronte alla bellezza e al susseguirsi della vita e lasciarsi magicamente travolgere!


lunedì 28 maggio 2007
Uscire dalla sfera di cuoio

Monica ha detto….

La gratificazione derivante da un successo sportivo ci fa provare un sentimento di fratellanza nei confronti di chi è stato spettatore di quell'avvenimento, ci sentiamo tutti migliori e più bravi, mentre la partecipazione ad una tragedia è effimera, lascia il tempo che trova e, soprattutto, dopo un po' non ci riguarda più perchè, per fortuna, non ci ha coinvolto direttamente. E questo, purtroppo, è il messaggio che stiamo passando ai nostri figli.



giovedì 7 giugno 2007
I lunghi giorni di maggio di Jaufre Rudel

luiss ha detto...

…perchè le pene d'amore purtroppo sono sempre attuali, gli innamorati sono sempre e comunque masochisti…


sabato 9 giugno 2007
In primavera il pallone rimbalza meglio

Spiegel Mening ha detto...

Quante frustrazioni derivano proprio dall'essere schiavi, nella vita, del proprio ruolo? Ben venga allora come augurio per tutti: "...quella sensazione di libertà e di gioia...Quella mancanza di schemi,quella voglia di correre e di gridare..."

Davide Zedda ha detto...

Chi si dimentica quei giorni, caldo, odore di asfalto e cemento, e sempre, sempre a giocare a pallone

mercoledì 13 giugno 2007
L’angolo di cielo di Eloisa

Serena e felice ha detto...

E' come pensare di essere dei buoni cristiani solo perché si va in chiesa ogni domenica: io non ci vado mai, se non per matrimoni e funerali, e quando ci vado non segue il rito ma aspetto pazientemente che finisca concentrandomi sulla felicità o tristezza del momento. Ma il mio cuore e la mia anima mi fanno essere una buona pecorella..... ne sono sicura.

Nonsanto ha detto...

Evitare il pericolo è davvero meglio che dichiarare guerra? Con questa filosofia non si cresce interiormente e applicata al quotidiano si annichilisce la storia:niente rivoluzioni e lotte per la libertà e per la parità dei diritti ma solo chiostri medioevali per tutti e...tutti 'santi'.

Razio ha detto...

Quale intelligenza e saggezza ci possono essere nell'inseguire un miraggio? E' ovvio che in quanto tale per definizione presuma inutile fatica e finale scontato. La saggezza sta nel distinguere un miraggio da un progetto concreto e perseguibile con i nostri mezzi e tenendo conto dei nostri limiti. In questo caso il finale non è sempre scontato e soprattutto si cresce e ci sente 'vivi' nel viaggio verso l'obiettivo.


Anonimo ha detto...


Penso che spesso siamo noi a complicarci la vita....Siamo noi che ci colpevolizziamo in continuazione e attribuiamo ad altri(Chiesa in primo luogo, seguono: la società, la scuola, la famiglia) la causa del nostro non sentirci appartenenti a quella o a quell'altra schiera o di quel fallimento o di non trovare la formula magica per la felicità seguendo quegli insegnamenti piuttosto che altri!Non vogliamo, parlo in generale, ammettere i nostri cari limiti umani, le nostre debolezze e fragilità, l' incapacità soprattutto di essere....semplici!!


Povero idealista ha detto...

Penso che non si può neanche sparare a zero su chi crede che è possibile avvicinarsi al modello di perfezione e santità secondo la religione cattolica , generalizzando e bacchettando chi tenta con sacrificio ma anche con entusiasmo ed umiltà di mettere in pratica gli insegnamenti della Chiesa. Ognuno è libero di fare quello che vuole, credere , non credere, essere ateo, agnostico, buddista e ancora.... fare digiuni, processioni , pellegrinaggi.....

mercoledì 13 giugno 2007

L’angolo di cielo di Eloisa

Quando si parla di bene, morale ecc. io mi infastidisco per discorsi che spesso pretendono dall’essere umano virtù sovrumane. Sì, per Cristo dovremmo essere “perfetti come il Padre” (Mt.5,48). Dovremmo quindi tendere ad un Modello che non si potrà mai raggiungere; ma la continua tensione ideale e pratica verso il Modello, ci renderà senz’altro migliori. Per me questo è il massimo che possiamo fare; considero causa di fallimenti proprio sul terreno morale, pretendere che gli esseri umani abbiano una natura angelica, o da semidei. Infatti, un cattolico come Pascal diceva: “Chi fa l’angelo fa la bestia.”
Per me, l’idea che gli uomini possano o debbano controllare passioni e sentimenti (come se si trattasse di nemici) crea angoscia. Forse in Occidente ciò è dipeso dalla filosofia greca, a partire già da Platone: che assegnò alla dimensione teorica posizione egemonica. Però nel I sec. a.C. Cicerone nel De amicitia (V,18) criticava una saggezza che nessun “mortale è riuscito mai a possedere”, mentre “dobbiamo guardare a ciò che rientra nella pratica della vita comune e non a modelli creati dalla fantasia e dal desiderio!” Ed aggiungeva (XIII,48): “Non si deve infatti dar retta a codesti filosofi che vogliono che la virtù sia dura e simile, per così dire, a una sbarra di ferro.” Qui Cicerone polemizzava con quanti ritenevano che non si dovessero coltivare amicizie troppo strette: che potrebbero coinvolgerci nelle sofferenze altrui e farci perdere l’apatheia, l’imperturbabilità, allontanandoci così dalla vita del saggio, fatta di riflessione e controllo delle emozioni.
Peraltro, l’ideale dell’apatheia è ancora seguito da alcuni che compiono scelte religiose o anche politiche radicali: e spesso si allontanano da amici e familiari, ritenendo che i vincoli d’affetto distolgano da una condotta coerente e disinteressata. Ma chi crede in un Dio d’amore e/o nella costruzione d’una società più giusta, non può vedere negli altri uomini degli ostacoli. Io, quindi, alle teorie di certi che “fanno” gli angeli antepongo il buon senso e l’esercizio d’una logica non chiusa in categorie fisse, immutabili.
Per me è questa la vera filosofia: che troviamo per es. nella vicenda di Abelardo ed Eloisa; loro non rinnegarono la loro umanità. Sì, come dice Abelardo nella Storia delle mie disgrazie (VI): “Aprivamo i libri, ma si parlava più d’amore che di filosofia: erano più i baci che le spiegazioni. Le mie mani correvano più spesso al suo seno che ai libri.” E dobbiamo ad Eloisa la miglior difesa del pensiero dello stesso Abelardo; infatti, dopo l’ingresso di lei in monastero, all’alto clero che ormai esaltava le sue doti umane e religiose (Storia, XIII) appunto Eloisa replicò (IV Lettera): “La gente loda la mia castità, ma non sa che in realtà io sono un’ipocrita. Mi considerano virtuosa perché conservo pura la carne, ma la virtù è una cosa che riguarda l’anima, non il corpo.” Come aveva già detto (II Lettera): “La colpa non sta nelle conseguenze del gesto ma nell’intenzione di chi lo compie: la giustizia valuta non l’atto in sé ma il pensiero che ha ispirato l’atto.” E’ quella morale dell’intenzione che porta non al peccato, come pensò S. Bernardo, ma ad un comportamento retto. Anche quando non si seguano riti, digiuni ecc.
Eloisa, consapevole dei rischi dell’ascetismo, disse (IV Lettera): “Io non voglio la corona della vittoria. Mi basta evitare il pericolo. E’ più sicuro chi evita il pericolo che chi dichiara la guerra. Qualunque sia l’angolo di cielo che Dio mi vorrà assegnare, io sarò contenta.”
Per me, queste sono parole più sante di tante altre.

lunedì 11 giugno 2007

Divagazioni su Tom Waits

Oggi ho riascoltato Jersey girl di Tom Waits. Lei è appunto una ragazza del New Jersey, lo stato del duro lavoro. In fabbriche, porti ed installazioni industriali di vario tipo ha sempre lavorato tantissima gente. Ma durante gli anni ’80, con Reagan si ebbero folle di disoccupati. Waits compose il lp Heartattack and Vine, che contiene anche la canzone citata, verso l’81. Tuttavia, forse quella tendenza era già in atto nel ’78. Ora, Tom si trova più sul versante individualistico di Bukowski che su quello sociale di Steinbeck. Comunque, in Waits traspaiono familiarità e simpatia per il mondo dei losers (perdenti). In Jersey girl il protagonista dichiara: “Non ho tempo per i ragazzi/ che fanno tutto quel casino giù in strada/ non voglio puttane dell’Ottava Strada/ perché questa notte la passerò con te.”
Il protagonista non vive nello stato della ragazza (Waits, per es., è californiano) ma è pronto a farsi “quella corsa/ attraverso il fiume fino al New Jersey.” Il fiume, l’Hudson, separa il mondo di lei, fatto di gravi problemi economici e solitudine da quello di lui: che si tratti di Los Angeles o di New York, laddove Tom (o il suo alter-ego) vive da artista, non importa. Lui viene da un altro mondo ma vuole entrare in quello della ragazza. Supera il vecchio ambiente, pieno di sesso e soldi facili perché “nient’altro è importante in questo mondo/ quando sei innamorato di una ragazza del Jersey.” In fondo, sottoscrive quel che canta il protagonista di Sandy di Springsteen: “Con questa vita di strada io ho finito/ dovresti cambiare scenario anche tu.” Infatti il ragazzo della Jersey girl dichiara con orgogliosa gioia: “Il mio piccolo angelo mi dà tutto/ so che un giorno le infilerò l’anello da sposa.” Ma né gli eroi di Waits né quelli di Bruce sono dei romanticoni. In Please call me, baby di Waits uno di loro dice: “Ma non ti rendi conto/ che se esorcizzo i miei diavoli/ possono andarsene anche i miei angeli/ la dove è così difficile trovarli?”
Così, i 2 hanno alle spalle vite difficili e non si illudono sul loro futuro. Waits canta il pezzo con voce rauca, piena d’alcol e sigarette. Per la rivista Rolling Stone: “C’è abbastanza catrame da asfaltare un’autostrada.” La Jersey girl, benché dolcissima col suo uomo non è certo, come canta Springsteen in Sandy una di quelle “sciocche verginelle di New York.” Peraltro, lo stesso Waits in Downtown train dirà di loro: “I treni che portano in centro sono pieni/ di tutte quelle ragazze di Brooklyn/ cercano in tutti i modi di uscire dai loro piccoli mondi.” Ma “Sono soltanto spine senza la rosa.” Invece lei si tiene lontano dalla freddezza, ma senza buttarsi via. Del resto, in Heartattack and Vine, il brano che dà il titolo al lp, Waits parla di una “ragazza del Jersey con il top trasparente”, in compagnia di uno spacciatore; il pericolo di bruciarsi c’è sempre.
Dopo questo disco, come dice Massimo Cotto, “il primo Tom Waits scomparve.” Poi sposò Kathleen Brennan. Musa, madre dei suoi 3 figli, coautrice di molti degli ultimi suoi pezzi, amministratrice. Tom continua a far dischi: perfino superiori ai vecchi . Ora convive coi suoi angeli & diavoli. Perché uno dovrebbe soffrire sempre? Come diceva un buon amico di Waits, Charles Bukowski: “Ci vadano gli altri, sulla croce.”

sabato 9 giugno 2007

In primavera il pallone rimbalza meglio

In questi primi giorni di giugno strade e piazze sono invase da orde di ragazzini. Sono liberi dalla scuola. La mia simpatia va soprattutto a quelli che urlano e corrono dietro ad un pallone; anch’io andavo matto per il calcio. Tuttavia… scusate, mi tolgo la camicia di forza perché comincio ad aver caldo. Bene, ricordo quella sensazione di libertà e di gioia che mi avvolgeva nelle sere di maggio, quando ero ormai libero dalla schiavitù di greco, latino e matematica e nell’aria echeggiava la parola magica: ”Partitina?” Era come abracadabra e rendeva più sopportabili le ansie scolastiche e (forse) anche quelle amorose.
Le attività sociali nel mio quartiere? Il calcio e le sassaiole. In effetti, il calcio era solo un po’ meno ammaccante, comunque si ispirava ad una mentalità e ad un’organizzazione tribale o paramilitare. Ogni via o gruppo di palazzine aveva una o 2 squadre, ogni parte di quartiere disponeva di un campo cui potevano accedere solo le squadre di quella parte. I tornei e le partite erano intesi come una sfida per l’onore tra clan rivali; perdere una partita significava attirarsi l’accusa di vigliaccheria. Essere eliminati da un torneo era come essere considerati eretici nel Medioevo.
Avevamo tutti una squadra-mito. In campo rispettivamente nazionale ed internazionale, le mie erano il Cagliari di Riva e l’Olanda di Cruijff. Ho sempre detestato il Brasile, benché per me Pelè sia davvero o rey, il re del calcio: anche più di Maradona. Ma in generale, ho sempre trovato il gioco brasiliano esibizionista, con tutto quell’armamentario di dribblings, finte, tocchetti ecc. Così, la mia regina del calcio rimane l’Olanda del ’74: e non solo perché poteva schierare campioni come Cruijff, Neskeens, Krol, Suurbier… Del resto, non scherzava neanche la Germania con Maier, Breitner, Beckenbauer e Gerd Muller o la Polonia con Lato, Deyna e Tomaszkewski.
Ma quell’Olanda ha scardinato il dogma che ogni giocatore fosse ancorato al suo ruolo per sempre, come una sorta di servo della gleba del calcio. Una volta difensore, attaccante o centrocampista, rimarrai tale per sempre: finchè morte non ti separi (dal tuo ruolo). Ma nell’Olanda del ’74 c’era una continua rotazione di ruoli, inoltre correvano e marcavano tutti, tiravano da lontano, piedi e teste degli olandesi trasformavano il campo in un gigantesco flipper. Era esaltante.
Quando seguo le partite dei ragazzini ritrovo molta di quella sensazione di libertà e di gioia che provavo alla loro età. Quella mancanza di schemi, quella voglia di correre e di gridare… un po’ come rivedere una discesa di Cruijff o un lancio di Krol. E pazienza se giocano alla brasiliana.

giovedì 7 giugno 2007

A ruota molto libera su cucina e scrittura

Stamattina un amico (che chiamerò Rino) si è seccato perché nel parlare della Allende ho confessato di non aver letto Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci. In effetti, della cilena ho letto D’amore e ombra, Paula e La casa degli spiriti. In futuro non escludo di leggere anche altro, ma proprio Afrodita ecc. non mi attira molto. Ma quando ho detto che della Allende leggerò La leggenda di Zorro, Rino si è “ricordato” di un impegno ed è sparito. Rimasto solo, ho aperto una scatoletta di tonno che ho accompagnato con un pomodoro grosso come un uovo di struzzo.
Ho pensato a parecchie cose che possono andar bene con la scrittura, forse anche più della cucina: anche realtà molto fisiche, perfino mortali come lo sport e la guerra. Per es., Joyce Carol Oates ha scritto un bel saggio, Sulla boxe, in cui istituisce un parallelo tra boxe e letteratura. In Omero, poi, guerra e pugilato spadroneggiano. Compaiono metafore belliche e legate al mondo di sport fisici pesanti in Bernardo di Clairvaux, Abelardo, S. Paolo ecc. Intanto avevo finito il mio tonno & pomodoro. Effettuai una scarpetta da antologia, presto seguita da mezzo bicchiere di vino. Pensai però che tanti romanzi russi dell’800 erano intrisi di caviale e champagne; quelli francesi non ne parliamo. Ma nel ‘900 H. Miller, a Parigi andava avanti a Pernod e ad altri alcolici. E nelle storie di Bukowski la gente al massimo butta giù un hamburger e qualche patatina fritta: non ha il tempo né la voglia di seguire la preparazione di raffinati, elaboratissimi piatti.
Al liceo il prof di francese (alla 4/a ora!) ci parlava della fondue, un piatto non so se parigino, marsigliese o nizzardo. A quell’ora era una vera tentazione: sembrava che il formaggio fuso, caldo e filante potesse saltar fuori dalle coniugazioni dei verbi irregolari. Del resto nei romanzi francesi, direi per contratto 1) si mangia; 2) si fa l’amore. Un piatto energetico come la fondue è quindi l’optimum. Né sarebbe male un bell’arrosto bretone, se d’agnello o di montone non importa. Possiamo credere che negli scrittori bretoni d’ogni tempo, dal medievale Abelardo all’8centesco Chateaubriand cucina e scrittura litigassero? Abelardo, tra una teoria su Platone, un bacio ad Eloisa e così via doveva pur riprendere le forze. Altrettanto dicasi per Chateaubriand che stando a Jean d’Ormesson forse ebbe più donne di Alain Delon. Fanno classe a se gli eroi di Boll: soldati, reduci e disoccupati misticheggianti che nella Germania del dopoguerra buttano giù wursteln e birra più per dovere che per appetito.
Forgiavo queste teorie pensando che Rino, con la sua intolleranza mi ricordava il Moretti di Fiorello, tutto teso a magnificare film in cui si inquadra per 20 minuti un moscone che vola controvento.
2-3 settimane fa ho sentito di una bella iniziativa, credo del ministero della pubblica istruzione: utilizzare alcune trasmissioni tv per l’insegnamento dell’italiano negli Usa; tra queste La prova del cuoco.
La Prova e la Clerici non mi entusiasmano ma per Aristotele tutto è degno d’essere studiato. Inoltre, per il Grechetto il cibo deve nutrire, non solleticare il palato. Forse Ary avrebbe promosso George Harrison: quando i Beatles furono ricevuti dalla regina, al ricevimento guardò tutti quei piatti sopraffini poi disse: “Potrei avere un panino al prosciutto?” Per un po’ Frank Mc Court insegnò inglese facendo musicare e recitare ricette di tutti i Paesi del mondo. Bè, ora il profumo dei ravioli di mia moglie mi fa posare la penna. Più tardi scriverò qualcosa.

I lunghi giorni di maggio di Jaufre Rudel

Uno dei miei cd preferiti, “Canti d’amore al tempo dei trovatori” dell’Ensemble musicale il Monocordo, contiene un brano che amo in maniera particolare. Il brano in questione si intitola “Lanqan li jorn son long en mai”, quando i giorni sono lunghi in maggio, composto nel XII sec. dal provenzale Jaufre Rudel, principe di Blaye. A molti il tema trattato da Jaufre potrà apparire datato. Infatti, per tutta la durata del canto (circa 6 minuti) il poeta continua a tormentarsi per la lontananza dalla donna amata. Si dice tuttavia disposto ad ulteriori ed angosciose attese, se questo dovrà essere il prezzo da pagare. Il suo amore per lei (secondo la leggenda si sarebbe trattato della contessa di Tripoli) lo porta ad esclamare: “tant es sos pretz verais e fis/ que lay, el renh del Sarazis,/ fos ieu per lieys chaitius clamatz!”, tanto il suo pregio è vero e squisito/ che là nel regno dei Saraceni/ vorrei essere suo prigioniero!
Tuttavia, Jaufre si affida completamente a Dio, se dice: “Mas tot sia cum a Dieu platz!”, ma che tutto sia come piace a Dio!
Dico che molti potrebbero trovare il tema datato, perché ormai non è più à la page soffrire per amore. Affidarsi a Dio, poi, neanche a parlarne. Ed esser disposti a correre il rischio della prigionia, a parecchi sembrerà il top del masochismo. Ma quando ci si confronta con un testo medievale, bisogna cercare d’entrare nella sua logica; il che non significa accettarla.
Comunque, il tema trattato da Jaufre in “Lanqan” è l’”amor de lonh”, l’amore lontano: che è un topos, direi una costante della poesia d’amore di sempre. Forse, come si dice nella sua “Vida” egli sulla contessa compose “mains vers ab bons, ab paubres motz”, molti versi con buone melodie ma con parole mediocri. Ma io penso che appunto la melodia di “Lanqan” abbia creato la giusta alchimia tra dei versi non certo eccelsi ed una successione di note che evocano la sofferenza ed i sentimenti dell’innamorato. Infatti, le pene d’amore di Jaufre sono accompagnate da sola voce e synphonia, che per le sue armonie ricorda la cornamusa (mentre è uno strumento a corda).
Nell’esecuzione presentata dal Monocordo, il cantante (credo Marco Carpiceci) esegue il brano in modo molto sobrio, come se intendesse trasmettere le sensazioni di una persona che soffre in silenzio, con grande dignità. Il dolore dell’uomo è affidato ai versi, ma questi non sono urlati né pianti in modo melodrammatico. La synphonia, poi, sembra quasi far galleggiare le note nell’aria: come se il dolore di Jaufre volesse fuggire da lui ma non potesse farlo, perciò continuasse ad incombere sul suo cuore.
Immagino Jaufre seduto a scrivere “Lanqan” sugli spalti deserti di qualche fortezza, o su una nave che lo conduce in Terrasanta, alla II crociata. Il solo momento in cui cede all’ira è quello in cui afferma: “Mas so qu’ieu vuelh m’es atahis,/ qu’enaissi .m fadet mos pairis/ qu’ieu ames e no fos amatz”, ma so che ciò che voglio mi è impedito,/ che così ha voluto il mio padrino,/ che amassi ma non fossi amato.Intanto l’ipnotica melodia creata dalla synphonia continua ad attraversare il tempo e lo spazio di Jaufre. E raggiunge il nostro tempo, il nostro spazio: per raccontarci l’infelice storia dell’amore di quell’uomo. O la sua leggenda.

lunedì 4 giugno 2007

Abbiamo fatto Cento!

Ebbene sì, carissimi: dovete sapere che non si fa solo 13. Infatti, sono le 20.10 del 3 Giugno quando il tecnico mi chiama al telefono:
“Ho il piacere di comunicarti che oggi alle ore 19.12 abbiamo raggiunto la soglia dei cento visitatori.” Aggiunge che la quota 100 entro tre giorni dalla nascita costituisce un ottimo risultato per un bebè-blog.
E noi questo bebè lo nutriremo sempre con grande entusiasmo: magari non col nostrano cannonau (detto il vino più sballante del mondo) ma con tanto inchiostro e sudore.
Ma voi commentate commentate commentate. E quando sarete troppo stanchi, riposatevi commentando. Bloggin’ all over the world! Io e il mitico LF vi ringraziamo ancora di tutto cuore.. A presto.

Alla cartolibreria "Dettori" presentazione pirandelliana con Antonio Murabito

La presentazione di un libro comporta sempre, da parte dell’Autore, momenti di alta intensità emotiva e di ansia legata a interrogativi sul come si svilupperà l’incontro col pubblico presente, sul modo in cui si svilupperà il dibattito, su quali domande verranno poste e quali temi verranno affrontati. A tal proposito ‘La mia prima volta …letteraria’ occupa ovviamente il posto d’onore in quanto a coinvolgimento emotivo. Aggiungo oggi al mio Diario un’altra presentazione pubblica che considero del tutto piacevolmente atipica.


Antonio Murabito
Il 24 aprile 2007 presso la cartolibreria “Dettori”, sita in Cagliari, presentazione col signor Antonio Murabito, amico di lunga data, uomo di vaste letture e di molteplici interessi culturali. Inoltre, una delle doti principali di Antonio, quella che garantirà il successo della presentazione, è data dal suo essere portato alla conversazione con toni sempre rilassati ed affabili, anche quando si esaminano temi piuttosto complessi. Dopo alcuni veloci commenti di Antonio ad alcuni punti del libro, spiego senso del titolo e intento dell’opera. Poi, lui illustra i temi principali: richiami ad atmosfere musicali, critica del mercato, “smontaggio” in chiave umoristica del genere western e del mondo dell’occulto, satira sulla divinizzazione di certi letterati… Il pubblico pone domande, spesso sottoscrive certe nostre considerazioni. Per es., il mio scrivere storie di fantasmi, che spesso presento come entità più pasticcione che inquietanti, a qualche spettatore fornisce lo spunto per criticare la credulità che circonda il mondo dei maghi, la credenza in profezie, oroscopi ecc. Inoltre, Antonio presenta alcuni temi del libro che io sviluppo leggendo alcuni frammenti. Grazie alla capacità di improvvisazione dell’amico, la presentazione ha un epilogo “pirandelliano”: infatti finge d’essere il protagonista (il killer Enzo) di uno dei racconti del libro e in quelle vesti mi rivolge alcuni appunti a carattere sentimentale, ringraziandomi per non avergli fatto uccidere un ragazzino. L’A. cerca di difendersi ma Enzo è molto convincente: temo anzi che sfoderi un coltello, magari con la sorridente bonomia di Antonio. Grazie ad Antonio per la proteiforme presentazione, grazie ai proprietari della cartolibreria Dettori per la grande ospitalità. Grazie a tutti coloro che sono intervenuti per la loro presenza ed attenzione

venerdì 1 giugno 2007

Alziamo il Sipario!



ecco a Voi...

Il Blog più pazzo del (web)mondo

Oggi 1 giugno nascono due cose: il mese che arriva dopo maggio e questo blog. Sulla nascita del caro giugno non mi ha chiesto niente nessuno, forse perché non sono un calendario. Ma sul blog, in tanti mi hanno tempestato (ferendomi un po’ con la loro grandine) di domande e telefonate: “Perché l’hai fatto? Non eri già abbastanza incasinato?“ Scartata l’ipotesi che mi stessero guardando coi verdastri occhi dell’invidia (qui rubacchio da Shakespeare) ora cercherò di rispondere.
Tutti quelli che mi conoscono sanno che scrivo poesie, racconti, romanzi, saggi. Di tutto. Poi sanno che 7 mesi fa grazie a Davide Zedda, l’unico editore blues vivente, ho pubblicato il libro di racconti Dante avrebbe lasciato perdere (Editrice La Riflessione). Ma nessuno sa che sentivo anche il bisogno di non occuparmi solo dell’oggetto libro e dell’argomento letteratura.
Così, quando mio cognato LF (senz’altro telepatico) mi ha parlato di un blog, io ho detto: “Certo, sarebbe una bella idea.” Dopo circa 6 ore, in veranda cominciava a far freddo ma a me sfuggiva ancora qualcosa. Lui ha tossicchiato e dopo aver ricaricato la pipa, mi ha chiesto: “Allora, hai capito?” Io mi sono tolto dagli occhiali un paio di pipistrelli ed ho risposto: “Sì, un blog. Ma dovrebbe realizzarmelo qualcuno, perché io…” Intanto, il maestrale mi aveva depositato un pezzo di lamiera sulla spalla. Dopo avermi medicato con fare indifferente, LF mi ha dato un “aiutino” (era quasi l’alba…) : avrebbe curato lui la realizzazione del blog. Così, eccoci qua.
Qui non si parla solo di letteratura ma anche di sport, costume, musica, cinema e qualche volta (non posso farci niente) di filosofia. Poiché mi interessa comunicare, nei miei post cercherò di non essere pesante e/o accademico. L’idea di base non è quella della conferenza o della predica ma di una conversazione tra persone che si incontrano davanti ad un ideale caminetto, con altrettanto ideali bevande, chitarre e sigarette.
Circa l’elegante veste grafica, la precisione nella disposizione dei vari elementi e l’agevole consultazione, bè, tutto ciò è merito del metodico e paziente LF e di mia moglie Silvana, sua grande collaboratrice; so ringraziare entrambi soltanto nel mio modo medievale e contorto. Tutti i vostri commenti sono stati, sono e saranno segno di grande benevolenza. I miei scritti, purtroppo, sono solo colpa mia. Come sempre.
Ciao a tutti!

La mia prima volta...letteraria

In questa rubrica battezzata ‘Diario degli eventi’ nella quale racconto cronaca e sensazioni relativi alle presentazioni del mio libro “Dante avrebbe lasciato perdere”, pubblico cronologicamente per ultimo l’articolo dedicato alla mia prima volta…letteraria.

L'Editore Davide Zedda

La serie, spero lunga di tali eventi è iniziata ll 18 Novembre 2006 alle 18.30 nella sala Diamante, presso l’ex-vetreria di Pirri”, dove “La Riflessione Editrice” ha appunto presentato il libro. Ero in preda al panico. Comunque mi ricordavo di quando, da ragazzini, attraverso un buco nel muro filtravamo là dentro, dove c’era un campo da calcio. Si comincia. Tra il pubblico, circa 100 persone, parenti ed anche amici che non vedo da tanti anni. Mi presenta per primo l’Editore, Davide Zedda. La sua è una presentazione simpatica e scoppiettante che ruota attorno al concetto del libro come “lungo, ininterrotto blues.” Ha capito il mio libro meglio di me che l’ho scritto. Poi è il turno di Roberto Sanna, il suo braccio destro. Paragona il testo ad una “bella mangiata in trattoria”, alternando quindi metafore gastronomiche ad altre letterarie. Perfetto anche lui. Ringrazio entrambi.
Quindi il pubblico mi rivolge domande, osservazioni ecc., il tutto coordinato da Roberto. Finiamo. Applausi, grazie a Dio. Al momento d’autografare il libro si avvicinano Gianni Zanatta, già vecchio amico rock-blues (ora stimato giornalista a Sardegna 1) e sua moglie Viviana, antica collega di facoltà. Sorridono loro ed anche Davide, Roberto e mia moglie Silvana. Non è gente che sorride in automatico. Pochi giorni dopo Gianni realizzerà e manderà in onda sulla sua emittente un servizio davvero bello, con immagini antichizzate di Cagliari, qualche mio 1° piano e la musica di Steve Ray Vaughan che serpeggia elettrica. Grazie. Grazie a tutti



I primi autografile strette di mano